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17 gen 2022

Dieci anni senza Roberta Ragusa. È battaglia sull’inchiesta

I legali del marito, condannato a 20 anni, vogliono far riaprire il processo Vediamo quali sono tutti i punti principali raccolti a favore e quelli avversi

Roberta Ragusa, 43 anni, scomparsa da Pisaella notte del 13 gennaio 2012
Roberta Ragusa, 43 anni, scomparsa da Pisaella notte del 13 gennaio 2012

Pisa, 18 gennaio 2022 -  «Voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora mi sorridi". Maria Ragusa ricorda la cugina Roberta con una canzone di Guccini a dieci anni dalla sua scomparsa. Per la giustizia la donna è svanita nel nulla perché suo marito, Antonio Logli, l’ha uccisa e ne ha distrutto il corpo. E per questo è stato condannato definitivamente a 20 anni di carcere.

Ma il nuovo collegio difensivo (l’avvocato Andrea Vernazza, la criminologa Anna Vagli e la biologa forense e sopralluoghista Teresa Accetta) dell’ex dipendente comunale di San Giuliano Terme ha due testimonianze inedite. Con queste si punta alla revisione del processo. Quella del detenuto sessantenne, ora ai domiciliari per un cumulo di pene di reati finanziari e di altro genere, è già stata acquisita. Lui, che nel 2016 si era trovato in carcere con Loris Gozi, il super teste che incastrò l’ex elettricista Geste, ha scritto un biglietto acquisito dal suo legale nel quale sostiene che proprio il giostraio, personaggio chiave nei Tribunale, avrebbe mentito per paura. Ci sarebbero poi i cartelloni trovati nella soffitta della casa di Gello nei quali Roberta esprimerebbe la volontà di andarsene. Eventualità che proprio le parti civili smentiscono. "Non avrebbe mai lasciato i suoi figli".

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L’accusa: il lungo elenco degli elementi a carico
«Il cadavere mancante non fa che rafforzare l’ipotesi dell’omicidio»

I resti che non ci sono. «Un dolore» per l’associazione Penelope che ha seguito le cugine di Roberta. «Non possono piangere neppure sulla sua sepoltura», dice il presidente, l’avvocato Nicodemo Gentile. Ma per la Suprema corte, che ha sancito la condanna a 20 anni del marito della donna, Antonio Logli, il «mancato successivo ritrovamento del corpo» «rafforza l’ipotesi accusatoria dell’omicidio per mano dell’imputato». Se la morte fosse sopraggiunta per fatto accidentale, o colposo, o per causa naturale - il ragionamento - lui avrebbe avuto «tutto l’interesse di conservare le evidenze probatorie in grado di avvalorarlo e di alleggerire la sua posizione». Il cadavere mai ritrovato lo accusa, dunque. Come i suoi «comportamenti anomali». 
Gli ermellini li elencano: la collaboratrice domestica Margherita Latona lo vide il 16 gennaio a «raschiare con un oggetto metallico e lavare il pavimento del vialetto d’ingresso carrabile»; «l’omessa partecipazione alle ricerche» dell’imprenditrice; «la riluttanza a divulgare foto» della moglie. E poi la mattina dopo la sparizione: si è «recato senza alcun apparente motivo, mai spiegato nemmeno in seguito... tra le ore 7.31 e le 7.50, sebbene quel giorno in ferie» alla ditta Geste, «dove lavorava, prima di divulgare la notizia della scomparsa della moglie». Cosa fece in quei 19 minuti? Infine, Loris Gozi, il teste che ha riferito di aver notato Logli la sera del delitto e di aver sentito litigare un uomo e una donna. Il movente nel «rapporto coniugale... logorato» per la relazione extraconiugale e gli interessi economici comuni.
 

Antonia Casini

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La difesa: accertamenti anche su un giubbotto «Il supertestimone non è attendibile. Si è inventato tutto»

I materiali dissequestrati dalla Procura, tra cui il giubbotto indossato da Logli, quella sera. Anche su questo il collegio difensivo farà approfondimenti con l’aiuto di una genetista. Verifiche che stanno facendo ritardare il deposito di istanza di revisione, come spiega la criminologa Anna Vagli. C’è poi il biglietto buttato giù a mano. Uno scritto di un detenuto 60enne, oggi ai domiciliari, ma che nel 2016 era al Don Bosco dove si trovava il testimone del processo, Loris Gozi, per furto. «Un giorno vidi Loris preoccupato e gli chiesi come mai, lui mi rispose... che aveva rilasciato una falsa testimonianza... mi disse anche di essere preoccupato perché Logli lo avrebbe potuto denunciare», le frasi rese pubbliche dalle tv. E’ un altro degli elementi sui quali la nuova difesa di Logli punta: sarà la corte d’appello di Genova a valutare.
Ci sarebbe poi una seconda testimonianza (di un altro detenuto) che screditerebbe sempre il giostraio, anche se lui insiste ribadendo la sua versione dei fatti. «Ho detto la verità». In un sopralluogo di Vagli, avvenuto a settembre nell’abitazione di Gello, sarebbe poi stato ritrovato un cartellone dove Roberta appuntava i suoi pensieri e sfogava la sua solitudine. E dove la donna avrebbe evidenziato il desiderio di andarsene da casa. A dicembre 2011, un mese prima di sparire, avrebbe scritto: «Cosa ci faccio in questa casa?». E ancora: «Il legame con i figli non dovrebbe spezzarsi neppure con la lontananza». «Il mio sogno è quello di andare a riposare in posti caldi». Anche a queste parole si affida la richiesta di un nuovo processo.
 

An. Cas.

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