Un pastificio (foto archivio)
Un pastificio (foto archivio)

Arezzo, 31 marzo 2020 - A dieci giorni dal decreto chiudi-Italia, quello che ha bloccato gran parte delle fabbriche, c’è finalmente un primo quadro di chi va avanti e chi si ferma. In big data (grandi numeri), come si dice adesso, e non solo in singole situazioni, che spesso hanno provocato e provocano tensioni con i sindacati e i lavoratori, cui di stare alla catena di montaggio in questo momento di emergenza, col rischio del contagio, non va troppo giù.

Le imprese ancora aperte, secondo i primi calcoli ufficiosi di fonte sindacale, sono grossomodo il 10 per cento, le 1500 di cui La Nazione ha già scritto e che hanno fatto comunicazione di prosecuzione delll’attività in prefettura, su 15 mila aziende manifatturiere iscritte alla Camera di Commercio. Il che significa, guardando i numeri dal lato opposto, che sono chiusi 9 stabilimenti su 10.

Il dato degli occupati che restano al lavoro è tuttavia un po’ più alto, perchè se le piccole e medie aziende spengono le macchine quasi al completo, continuano a funzionare alcune grandi industrie (almeno per le dimensioni del sistema Arezzo, fatto per il 99 per cento di piccole imprese) con le loro filiere di produzione, dai fornitori agli appaltisti di fabbrica, il che fa salire il numero dei dipendenti che non si sono fermati.

I casi limite sono ancora quelli di cui si discute da giorni, soprattutto nel settore metalmeccanico. Cancelli aperti, dunque, per i circa mille dipendenti, fra diretto e indotto, compresi gli interinali, della Abb-Fimer di Terranuova, l’ex Power One che si è sdoppiata fra Abb, multinazionale svizzera che produce colonnine per la ricarica elettrica in mobilità di treni e veicoli, e Fimer, che continua la tradizionale attività nel campo degli inverter. I sindacati non smettono di mugugnare, ma per adesso non c’è una trattativa aperta almeno per il rallentamento che era stato ipotizzato la settimana scorsa.

Tensione sindacale, ma un po’ meno in azienda, anche per la Tratos Cavi di Pieve Santo Stefano, di cui è titolare Albano Bragagni: la Cgil ha inviato una diffida col sindacato di categoria, potrebbe partire a ore anche una segnalazione in prefettura. Proseguono anche, col nyet di Cgil, Cisl e Uil, Tca di Castelluccio e la filiera energetica del Casentino: Lincoln Electrics di Corsalone, Borri e Ceg di Bibbiena. Va avanti senza problemi Chimet.

Scende in campo pure il presidente di Confindustria Sud, Paolo Campinoti: proseguono la produzione quelli che hanno la deroga del decreto, nessun abuso e nessuno baratta il profitto con la sicurezza dei dipendenti. La maggioranza delle 1500 aziende ancora aperte appartiene comunque all’agroalimentare, settore strategico che non rientra nel blocco, capitanato dal gigante Buitoni (oltre 400 dipendenti) e dalla Fabianelli (una cinquantina in fabbrica) più una miriade di marchi e imprese minori.

Semmai comincia a palesarsi qualche difficoltà nell’import, col prezzo del grano che è improvvisamente schizzato verso l’alto sui mercati internazionali: da 25 euro al quintale a 30-35. I grandi paesi produttori, dalla Russia all’Ucraina, contingentano i loro contratti con l’estero, ma i pastifici aretini adoperano principalmente grano duro italiano, spesso prodotto direttamente in Toscana.

A proposito: se l’import accusa qualche primo rallentamento, l’export è praticamente fermo, anche su scala locale, con l’agenzia delle dogane che riceve sempre meno richieste, soprattutto nel settore orafo, il cuore della manifattura aretina insieme alla moda, che tuttavia ha una filiera più lunga e complessa. In ballo ci sono affari con l’estero di 2,5 miliardi a trimestre, quasi un miliardo al mese, con l’oro puro (i lingotti) e i gioielli che fanno la parte del leone.

Chiudere è stato inevitabile e tutto sommato facile, sia pure col corredo drammatico della cassa integrazione di massa. Ripartire sarà assai più complicato