AREZZO ARRESTO DI STAZIO
AREZZO ARRESTO DI STAZIO

Arezzo, 23 luglio 2016 - Avevano paura scappasse di nuovo. E' una delle motivazioni che filtra dall'ordinanza di carcerazione di Antonio Di Stazio, il vigilante accusato di aver rubato l'oro contenuto nel furgone della Securpol per un valore di circa 4 milioni di euro.

Il pericolo di fuga è una delle condizioni previste per l'arresto e in questo caso ha giocato un ruolo decisivo. E la presenza di una valigia pronta nel portabagagli dell'auto sembrerebbe dare ragiione alla Procura e al Gip in questa scelta. Anche se la difesa sarebbe pronta ad eccepire che se avesse voluto scappare non sarebbe tornato o comunque lo avrebbe fatto prima.

E un peso sulle manette lo ha avuto anche il rischio di inquinamento delle prove. Dell'oro, per dirne una, non ce n'è traccia: e secondo gli inquirenti l'unico a sapere dove è finito sarebbero lui e i suoi eventuali complici.

E il collega di Di Stazio ritrovatosi inopinatamente sospeso?  Le motivazioni filtrano tra le pieghe della Securpol. In sostanza lamentano una «complessiva valutazione di negligenza». Una delle contestazioni riguarda il mancato controllo del peso del carico. Quando l’oro supera un certo livello, di chili e di valore, deve essere avvertita la centrale: perché in questi casi scatta il raddoppio di scorta, una delle misure che nel tempo hanno rafforzato la qualità del servizio della Securpol.

Ma di chi è la colpa? Per ora tutto sembra continuare a puntare non il vigilante appiedato ma Di Stazio: però evidentemente l'azienda ritiene che anche da parte del suo collega ci sia stata leggerezza. E un'altra contestazione sarebbe anche il ritardo nell’allarme. Che lui naturalmente nega. E in effetti al momento da parte degli investigatori non risulta che il tempo dell’allarme sia uno dei punti critici.

In ogni caso una cosa è certa: nessuna responsabilità sul furto viene minimamente addossata al secondo vigilante. 

INTERROGATORIO DI GARANZIA. Antonio Di Stazio non molla la scelta del silenzio. Si  è svolto l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip Annamaria Lo Prete e il vigilante, affiancato dal suo avvocato Marco Treggi che era andato già precedentemente a incontrarlo in carcere, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Una linea difensiva, adottata in accoirdo con il suo avvocato, e che vedremo fino a quando deciderà di portare avanti. 

Proseguono le indagini intanto per individuare eventuali complici. In primis l'analisi dei computer e dei telefonini che i carabinieri del nucleo investigativo gli hanno sequestrato il giiorno dell'arresto; una strada buona per cercare i complici. Non solo della fuga e del colpo ma anche per la fusione dei lingotti ritrovati.

Quasi nessuno crede all’idea che l’oro possa essere ritrovato. Ed è uno dei motivi che hanno accelerato un’altra operazione inevitabile: il licenziamento di Antonio Di Stazio. Tra le aggravanti del furto c’è anche la fiducia tradita dei suoi datori di lavoro. E era inimmaginabile che la Securpol, tutelata dall’avvocato Antonio Bonacci, lo mantenesse in organico, sia pur in attesa di giudizio. No, il licenziamento è scattato subito.

Più sorprendente che sia scattata anche la sospensione del collega, quello che aveva lasciato a piedi andandosene via con il furgone. Un collega che a occhio pareva più la vittima: ma a carico del quale evidentemente l’azienda ha valutato ci fosse stato qualche errore nella fase decisiva, in quei momenti precedenti o successivi alla scomparsa del furgone. Per certo non ha avuto alcun ruolo nel furto, gli stessi investigatori escludono che altre guardie giurate possano in qualche modo essere state tra i complici del colpo.

L'ARRESTO. Lo hanno arrestato davanti al circolino Giotto, lì dove ha passato gran parte dei tre giorni di libertà dopo essersi presentato ai carabinieri di Lucca. Lui, Antonio Di Stazio, il vigilantes scomparso dieci giorni fa insieme al furgone della Securpol gonfio di lingotti per quasi 4 milioni di euro.

L’arresto è scattato per furto pluriaggravato. La cassaforte era controllata dalla sede centrale dell’azienda e dunque non un bene di cui Di Stazio avesse la custodia. E così, a cavallo di quella cassaforte, nuovo capo di imputazione e manette. La richiesta di custodia cautelare presentata della Procura è stata accolta dal gip Annamaria Loprete.

Furto aggravato «dal porto d’armi, dalla destrezza e dall’abuso di relazioni di servizio»: cioé? La fiducia tradita dei suoi datori di lavoro. Più l’aggravante maggiore: il danno ingente causato alla sua azienda. A suo carico, dicono i carabinieri, "indizi eclatanti di colpevolezza". Indizi raccolti anche in casa e in macchina.

Telefoni, computer, documenti. Non parla, non spiega: forse aspetta l’interrogatorio di garanzia, che deve svolgersi nell'arco di cinque giorni, forse non basterà neanche quello. Da lui gli inquirenti aspettano risposte: la dinamica del colpo, cos’abbia fatto in quella settimana che diceva di aver passato all’Elba. E soprattuto i nomi di chi lo ha aiutato. In auto aveva la valigia pronta. Forse già pronto a ripartire.