I controlli della Finanza
I controlli della Finanza

Arezzo, 21 febbraio 2020 - Il traffico di oro in nero con un uomo d’affari turco gli è costato caro: 6,5 milioni di confisca. Che pesano forse più dei quattro anni patteggiati da Simone Iacopi, titolare della «Castoro», ditta orafa di Castiglion Fibocchi finita in pieno nella bufera di un’inchiesta orchestrata dalla Finanza e dalla procura di Bologna. La pena, infatti, l’imprenditore non la sconterà in carcere, dove peraltro è già rimasto qualche settimana dopo l’arresto nel blitz del dicembre 2018: quattro anni sono il limite entro il quale si va ai servizi sociali e non in galera.

La confisca, invece, è bella concreta, anche se le procedure esecutive non sono cominciate. E sei milioni e mezzo sono tanta roba, sia pure solo un quarto dei 24 milioni stimati dalle Fiamme Gialle come fatturato del traffico clandestino, mai registrato nel bilancio della «Castoro», ora in amministrazione giudiziaria. Simone Iacopi, difeso da Piero Melani Graverini, ha chiuso le sue pendenze con la giustizia direttamente a Bologna, prima che l’inchiesta approdasse ad Arezzo, dove se ne occuperà il Pm Roberto Rossi.

Gli avvocati degli altri familiari arrestati, la sorella Rita Iacopi, 63 anni, e il figlio di lei Giacomo Baldini, 38 anni, hanno infatti sollevato la questione di competenza territoriale accolta dal Gup Domenico Panza: giudicare tocca ad Arezzo, dove avvenne materialmente (a Castiglion Fibocchi, appunto) lo scambio materiale dell’oro (700 kg) contro le valige di banconote con le quale arrivava il turco Serdar As Tamsan.

Il fascicolo è appena arrivato a Palazzo di giustizia, si dovrà ripartire dalla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Rita Iacopi e Giacomo Baldini, che a Bologna avevano chiesto il rito abbreviato e che potrebbero reiterare la loro proposta di giudizio allo stato degli atti, con lo sconto di un terzo della pena incorporato.

Un altro Gip, l’aretino Fabio Lombardo, ha nel frattempo confermato i sequestri che furono effettuati nell’immediato e anche l’amministrazione giudiziaria dell’azienda, affidata al commercialista Stefano Mendicino, che l’ha riportata in carreggiata, salvando il lavoro dei dipendenti, fra i 20 e i 30 a seconda dei momenti. Dentro lo stabilimento, dopo il primo blitz, ci fu anche un secondo, clamoroso, intervento della Finanza, messa sulla giusta pista da una soffiata.

In un doppiofondo nascosto sotto le vasche di lavorazione furono ritrovati 250 chili d’argento (quasi tutti posti sotto sequestro) e 16 kg d’oro sciolti nell’acido del procedimento chimico di recupero, valore complessivo 700 mila euro. Dell’oro, però, i magistrati bolognesi stabilirono che non era clandestino e quindi lo lasciarono in azienda.

Non c’entrava col traffico verso la Turchia messo in piedi grazie a Serdar As Tamsan, che atterrava all’aeroporto di Bologna, veniva a Castiglion Fibocchi in auto, pagava e ripartiva col suo carico di metallo prezioso non punzonato, proveniente dai Compro Oro ma mai ufficialmente registrato.

Furono arrestati in quattro, fratello e sorella, il nipote e Alessio Frasconi, direttore esecutivo che fu il primo a tornare in libertà.