LUCIA BIGOZZI
Cronaca

"Questo tunnel è la nostra casa". Vivono sotto un ponte da due anni

Gheorghe e Svetlana dormono nel greto del Castro. Cercano una dimora ma rifiutano le proposte del Comune

Gheorghe e Svetlana

Gheorghe e Svetlana

Arezzo, 30 agosto 2023 - Sopra, i carrelli della spesa pieni. Sotto, buste di plastica vuote. Il mondo di sopra è fatto di gente che entra e esce dal supermercato, villette a schiera col giardino all’inglese, palazzi signorili tirati su negli anni del boom economico, in uno dei quartieri residenziali di Arezzo: il Giotto. Il mondo di sotto, ha per tetto il cemento che regge il ponte e per pavimento i ciottoli del torrente Castro, ora in secca ma d’inverno l’acqua si riprende la sua via. È qui, in questo tunnel basso e stretto di sassi e cemento che da quasi due anni vivono Gheorghe e Svetlana. Lui, 46 anni, viene dalla Romania, si arrangia tagliando legna, "faccio il boscaiolo" dice con la schiena piegata perché quel tetto di cemento è troppo basso per la sua statura. Si siede su una brandina racimolata in giro e racconta: "Dormo qui e questa è la mia casa", indica con la mano. Poche parole, in un italiano stentato, ma nel volto si può leggere la fatica di una vita in salita e l’ostinazione di una scelta ora stretta in un codice: "senza fissa dimora".

Qui sotto, Gheorghe divide quel poco che ha con Svetlana. Lei ha 41 anni e arriva dalla Moldavia: ha lasciato lì due figli e fino a un paio di anni fa, lavorava "come badante in una casa a Tegoleto. Avevo uno stipendio e mandavo i soldi ai figli. Poi l’anziana che seguivo è morta e sono rimasta senza lavoro. Non sono riuscita a trovare niente di stabile e faccio qualche cosa, qua e là". Anche lei come Gheorghe non ha casa e senza una residenza (fisica o giuridica) è complicato accedere alle strutture messe a disposizione dalla rete dei servizi sociali che in città ha maglie strette e funziona nella sinergia tra Comune, Asl, associazioni di volontariato: dalla Caritas agli "angeli" di strada che seguono il cammino dei senza tetto. La "regola" è che non si sta nello stesso posto troppo a lungo. Eppure per Gheorghe e Svetlana quel cielo basso di cemento è diventato un rifugio sicuro, un luogo dove custodire poche cose che servono a non renderli del tutto invisibili e a tracciare la quotidianità: un paio di borse appese al chiodo infilato nella parete di cemento, un piccolo mobile usato come credenza, una brandina con un copriletto rosso dove risposa Svetlana, un filo tirato tra una spalletta e l’altra del ponte per stendere i panni lavati ad asciugare. Tutto secondo un ordine preciso.

"A mangiare andiamo alla Caritas, poi siamo in giro a cercare lavoretti per campare" raccontano seduti su quel letto dove il materasso è un quadrato di gommapiuma logora. "D’estate va bene, ma d’inverno quando il torrente si gonfia, i piedi si bagnano", sorride Gheorghe che prova a sdrammatizzare. Cercano una "casa fissa" da abitare e per il momento non hanno accettato le proposte di accoglienza in strutture protette in città, avanzate dagli esperti dei servizi sociali.

"All’inizio del mese c’è stato un nuovo incontro nel quale abbiamo sottoposto loro tre soluzioni possibili, ma il percorso che viene attivato deve essere prim a accolto, accettato e rispettato dalle persone. Ad ora, non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di adesione", spiega il vicesindaco Lucia Tanti. Contatti che vanno avanti da almeno un anno e mezzo. A segnalare a Comune e polizia municipale la presenza della coppia sotto il ponte, sono stati gli operatori del consorzio di bonifica durante la ripulitura delle sponde del torrente Castro. Da lì è partita la mobilitazione delle istituzioni per seguire il caso. Ma a pesare su quella dimora rabberciata c’è il fattore sicurezza: Gheorghe e Svetlana non possono restare lì sotto e a breve dovranno decidere se riprendere il cammino lungo le rotte dei senza tetto o fermarsi, accettare l’aiuto e provare a rimettere in fila i cocci di due esistenze. Insieme.