La medaglia d’oro inconsapevole di un aretino alle Olimpiadi giace da oltre cento anni tra i misteri di un sabato del 1900. L’unico oro aretino della storia, il primo azzurro del ciclismo, tra i primi tre italiani della storia. Lì, di nuovo, in quella Parigi che oggi ospita inebriata la festa più grande dello sport. Ma la Parigi del 1900, più vicina alla Belle Epoque che al missile di Melies sulla luna, tra le pieghe di quella Esposizione Universale che allora oscurava i cinque cerchi. È lì che Enrico Maria Brusoni, aretino doc, nato il 10 dicembre del
1878, si ritagliò il suo giorno di gloria. Gloria invisibile perfino per lui che sarebbe morto nel 1949 senza mai saperlo, senza mai poter ritirare la sua meritatissima medaglia. Oro vero. Primo perché a scoprirlo fu il "cacciatore di medaglie" più celebre di tutti i tempi: lui, William James "Bill" Mallon, ortopedico statunitense, ex giocatore di golf professionistico e presidente della Società internazionale degli storici olimpici. Esercitò la sua lente di ingrandimento proprio sulle Olimpiadi del 1900 e trovò prove inconfutabili della impresa e della vittoria di Brusoni. Tanto che la sua scoperta, divulgata nel 2000, sarebbe stata poi ufficializzata dal Coni, inserendolo negli annali dello sport italiano, al centro di una vicenda avvincente, raccontata con dovizia di particolari da Paolo Marabini nel libro "Bergamo Olimpica. Storie di giorni di gloria " (Bolis Editore).
Bergamo? Sì, Brusoni e la sua famiglia si erano trasferiti. E lì Enrico aveva dispiegato la sua carriera ciclistica, "orfana" di quelle Olimpiadi stravinte ma ricca di allori. Ma torniamo a quel sabato 15 settembre del 1900. Brusoni era stato poche settimane prima a Parigi, per i Campionati del Mondo dilettanti di velocità: battuto dal belga Leon Didier-Nauts nei turni preliminari, ma davanti nella gara ad handicap al vice-campione del mondo, l’americano John Lake. A quei mondiali non si ferma, salta in sella dietro una moto guidata da Ettore Bugatti, il futuro fondatore della casa automobilistica. Percorre 51,783 chilometri e realizza il record del mondo nel mezzofondo. Felice? Sì ma non abbastanza da non tornare poco dopo a Parigi: meta la seconda edizione delle Olimpiadi. La sua gara classica la perde: nella velocità, l’11 settembre, supera il primo turno ma viene sconfitto ai quarti da un francese di pochi centimetri. Eppure la rivincita è dietro l’angolo, della sua vita e del calendario, in quel magico 15 settembre. La "Course des Primes": per decenni considerata un’esibizione, poi rivalutata a gara ufficiale del tabellone. Brusoni quel giorno digrigna i denti, compresi quelli del cambio, come il "cannibale" Eddy Merckx. Lascia al francese Ferdinand Vasserot il primo sprint, si impone nei due successivi davanti a Louis Trousselier, futuro vincitore della Roubaix e del Tour. Si calma nei due sprint successivi, vinti dal tedesco Karl Duill, ma poi riprende la corsa: altre tre volate vincenti, compresa l’ultima, ormai ininfluente.
Maglia e calzoncini neri, si lascia alle spalle tutti gli avversari. La specialità era la "nonna" della gara a punti, poi entrata nel calendario olimpico. Una girandola di colpi di reni, nel velodromo di Vincennes. In quel 15 settembre, sono 28 i corridotial via, tra cui altri due italiani: Giacomo Stratta chiude nono, Luigi Colombo ultimo. Entrambi staccatissimi da Brusoni, sul podio, davanti a Duill e Troussellier. E proprio l’ampia partecipazione è una delle chiavi che avrebbero coronato la ricerca vincente di Mallon: perchè una sfida sia olimpica deve ammettere una partecipazione internazionale senza limiti, nel rispetto delle norme di una federazione internazionale, senza professionisti nè premi in denaro. Condizioni che in quei Giochi di inizio secolo non soddisfaceva neanche il nuoto: nel 1896
praticamente riservato solo ai marinai greci del Pireo. Quella medaglia Brusoni non l’avrebbe mai scoperta. Nel 2000, l’anno del suggello definitivo era morto da oltre 50 anni. Ma non senza altre soddisfazioni. Già nel 1898 aveva vinto la Coppa del re, e dopo l’oro invisibile e il record dietro la moto si era aggiudicato due volte la Gran Fondo La Seicento. Nel 1903, aveva regolato Gustavo Beccaria e Rodolfo Muller, addirittura solo quinto Giovanni Gerbi, "Il Diavolo Rosso" del ciclismo dei pionieri.
Nel secondo, dodici mesi dopo, percorre 603 chilometri d’estate, rimanendo sotto le 29 ore, lontano dal podio quel Carlo Galetti che avrebbe vinto il Giro d’Italia. Un’onesta carriera, quelle due vittorie gli avevano fruttato 2000 lire ciascuna, oggi qualcosa come 9000 euro. Nel 1906 attacca la bicicletta al chiodo. Ma il tempo avrebbe continuato a correre per lui. L’emozione di conoscere Buffalo Bill, che in quegli anni si esibiva nelle città del nord, non sarebbe stata nulla di fronte alla medaglia d’oro e al podio del 1900. Un podio di un’altra Parigi: l’Esposizione oltre alle volate di Enrico resterà nella storia per come avrebbe arricchito i bordi della Senna. Sono infatti di quegli anni monumenti pressoché eterni: dalla Gare de Lyon alla Gare d’Orsay (sede oggi del museo) del Ponte Alessandro III e del Grand Palais, che in questi giorni ospita i re della scherma. Dopo ogni vittoria risuonano gli inni e tintinnano le medaglie: forse anche per evitare un altro scippo della storia.