L’ospedale da campo a Perugia, città dove è scattata l'allerta terza ondata
L’ospedale da campo a Perugia, città dove è scattata l'allerta terza ondata

Arezzo, 16 febbraio 2021 - Si fa presto a dire ospedale da campo. A dire appunto, perchè poi fare è un’altra cosa. E fare con successo un’altra ancora. Vedi alla voce Perugia, dove la struttura in tenda si sta rivelando un colossale fallimento, inutile e inutilizzata nel piazzale di quello che in questo momento è l’ospedale più tormentato d’Italia, il Santa Maria della Misericordia (policlinico) tormentato dalle varianti del Covid che hanno trasformato l’Umbria in un campo di battaglia.

E’ vero che il sindaco Alessandro Ghinelli e la sua vice Lucia Tanti, principali propugnatori qui del progetto dell’ospedale da campo hanno poi precisato che non necessariamente doveva stare dentro una tenda, che poteva essere anche un centro sanitario collocato dentro una struttura muraria, ma non è lì che il gemello perugino si è arenato.

No, il vero problema si è rivelato il personale: servivano medici specializzati (soprattutto anestesisti rianimatori), infermieri e Oss (operatori socio-sanitari) che non ci sono, col risultato delle foto che vedete in questa pagina: letti perfettamente attrezzati ma che galleggiano nel vuoto, niente malati e ovviamente nessuno che li assiste. Mentre il Santa Maria della Misericordia scoppia, letteralmente al collasso.

E’ un monito anche per Arezzo e per chi aveva pensato a un modello del genere come a una panacea? Chissà. Di certo a Perugia sono partiti molto prima, ma solo per atterrare in una cattedrale nel deserto. Con un iter che si fa caldo dall’autunno, proprio da quando anche qui l’ospedale da campo diventa un tema fondante del dibattito pubblico, col sindaco e la sua vice che spingono e polemizzano, mentre tanti altri, a cominciare dal direttore generale della Usl Antonio D’Urso e dai principali medici del San Donato che frenano perplessi.

Eppure l’ospedale in tenda perugina sembra (sulla carta almeno) davvero un modello: 10 posti di terapia a bassa intensità, 16 di intensiva e 12 di rianimazione. Spostato metaforicamente qui, varrebbe a coprire in parte le esigenze messe in campo da Ghinelli e Tanti: trasferire fuori dal San Donato i pazienti Covid e lasciare l’ospedale alle cure tradizionali ora trascurate, comprese quelle più gravi, come cardiopatie e tumori.

Peccato che dal 6 febbraio dell’inaugurazione a Perugia non ci sia nessuno a farlo funzionare. Lucia Tanti non si lascia smontare dal modello che non decolla: «L’esigenza è giusta, che poi lì non si sia riusciti a tradurla in concreto è un altro paio di maniche. Non vuol dire che l’ospedale aggiuntivo d’emergenza non sia necessario». Sì, ma i medici che non ci sono? In una struttura del genere non ci si mandano i neolaureati, serve personale specializzato, che non si forma in due mesi. «Vero, ma è la prova del fallimento di un certo modello di sanità che questi bisogni non ha saputo programmarli.

Mica l’abbiamo gestito io e il sindaco il sistema. Qualcuno avrà la responsabilità dei medici e del personale che ora non ci sono». La vicesindaco, del resto, torna a battere subito su un tasto che le sta a cuore: «Noi volevamo evitare che certi tipi di malattia venissero trascurati, che è proprio quello cui ci stiamo abituando. Non c’è solo il Covid.

E il resto? Se ce lo dimentichiamo, non diamo la risposta giusta». E poi, obietta Lucia Tanti, «se la domanda cresce, deve crescere anche l’offerta. Qui siamo a un sistema che era stato strutturato per i bisogni ordinari e che è stato investito dall’onda di piena di virus. Più malati richiedono più cure. Era questo lo scopo dell’ospedale da campo».

Intanto, la tendopoli sanitaria perugina resta lì, come una magnifica incompiuta. Qui invece siamo fermi all’individuazione dell’area eventualmente da utilizzare, in via Duccio da Boninsegna, dove una volta montavano le tende i circhi. Uno dei tanti dossier arenati: qualcuno ha voglia di rispolverarlo?