Le fabbriche sono pronte alla riapertura (Ansa)
Le fabbriche sono pronte alla riapertura (Ansa)

Arezzo, 5 maggio 2020 - Avanti piano. Nel giorno della ripartenza, nel giorno in cui si torna in fabbrica, vengono alla luce alcuni dei nodi che si erano accumulati nei giorni scorsi al di là della voglia, e della fretta in qualche caso, di ricominciare. Ecco dunque che alla fine del tunnel del lockdown, anche al netto di quelli che sono ancora fermi e che protestano, dal commercio ai ristoratori e al turismo, la riapertura è ancora parziale, per gradi, tutt’altro che a pieno regile produttivo.

Come era inevitabile aspettarsi al momento di girare la chiave dopo parecchie settimane a motore semispento o in folle. Dei quarantamila che in questo lunedì di Liberazione teorica dalla maledizione del blocco avrebbero dovuto tornare al lavoro, probabilmente, secondo una stima grossolana, rientra nelle aziende poco più della metà.

L’esempio di questa ripartenza lenta viene dal mondo dell’oro, 1200 sigle fra produzione e commerciali, 10-12 mila occupati fra diretto e indotto. La stima è che abbiano riaperto il 60 per cento delle imprese, ma solo con il 30-40 per cento del personale, fra le 3 mila e le 5 mila persone.

Le aziende, lo avevano già detto grandi nomi come Luca Benvenuti, amministratore delegato di UnoAerre e Chimet, e Gianni Gori, gran capo di Graziella, riaprono senza impazienza, a step successivi che andranno avanti anche nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, consapevoli che potranno ritornare ai livelli del «prima», se ci torneranno, non prima dell’autunno.

Giordana Giordini, presidente di Federorafi-Confindustria, Gabriele Veneri e Luca Parrini, responsabili di settore per Cna e Confartigianato, si erano sgolati a ricordare che non c’è bisogno di correre, visto che i mercati mondiali dei gioielli sono ancora chiusi. Infatti. Il gigante UnoAerre, faro del distretto dei gioielli, riapre sì con tutti e 300 i dipendenti, ma a orario ridotto (due ore in meno coperte dalla cassa integrazione) e divisi in tre turni per evitare i momenti di punta e garantire la distanza sociale.

Altre aziende ci vanno ancora più piano. Piccole e medie imprese da 20-30 occupati ripartono con una manciata di operai ai macchinari e spesso senza produzione. Fuori dall’orafo, ma sempre in settore metalmeccanico la situazione è ancor più in chiaroscuro. Se ci sono imprese come Saima che corrono, il clima di crisi incipiente lo rappresenta bene Fimer, di Terranuova, uno dei due rami della vecchia Power One.

L’azienda che aveva battagliato coi sindacati per non chiudere neppure nei giorni del lockdown, chiede adesso la cassa integrazione per il 60 per cento del personale (due giorni a settimana) ancora riduzione di orario e non blocco totale, ma è sintomatico di quanto sia difficile trovare sbocco alla produon si era mai fermata.

Nella moda, il colosso Prada, il cavaliere bianco sotto il cui mantello sta acquattata tutta la filiera del lusso, riapre sì ma al 50 per cento: mille addetti su oltre duemila, anche loro scaglionati in turni.

E’ un’altra ripartenza a gradini successivi: prima, una decina di giorni fa, i laboratori dei prototipi, ieri il riavvio della produzione, che andrà a regime se riparte la domanda di pelletteria, abbigliamento e calzature griffate, con Patrizio Bertelli che annuncia già la riapertura dei negozi in Cina, Estremo Oriente e parte d’Europa.

Ancora in cassa integrazione, invece, una multinazionale tascabile come Monnalisa, abbigliamento per bambini, così come Textura. Cose di Lana e Supermaglia a Sansepolcro restano chiuse ma per crisi endogena, precedente al contagio. Va forte solo l’agroalimentare che in quanto settore essenziale non ha mai spento le macchine.

Grandi marchi come Buitoni a Sansepolcro e Fabianelli a Castiglion Fiorentino registrano record storici di produzione, fino al 30 per cento in più. Il resto è fatto di piccole luci che cercano di farsi strada nell’ombra. Ma la luce vera pare ancora lontana, se mai tornerà un «prima».