Arezzo, 25 marzo 2020 - Il traffico di viale Giotto è quello di una domenica di agosto, anche se con il vento e i fiocchi di neve sembra più Capodanno. Su piazzale Lorentini e viale Gramsci non ci sono le auto fitte, a volte in sosta acrobatica, di chi frequenta la palestra e la piscina. E nemmeno le transenne e lo sciame di tifosi nelle domeniche dell’Arezzo. È tutto deserto, tutto silenzioso, tutto immobile allo stadio: c’è vita ma solo un po’ più avanti.

Dietro la curva nord ci sono gazebi bianchi, un’ambulanza e un cordone sanitario. Per arrivarci, c’è anche un posto di blocco da superare. Su questo asfalto, di solito, tremano i ragazzini impegnati nella prova per prendere il motorino. Ma ora l’esame del coronavirus è più delicato anche perché non si può rifare. Sono sessanta quelli chiamati a presentarsi allo stadio dalle 14.30 in poi.

Le auto sono ferme a motore spento, in attesa del loro turno: si passa uno alla volta, uno ogni cinque minuti con l’appuntamento assegnato dall’Asl. Non dovrebbe succedere se si ma l’ansia porta qualcuno ad arrivare in anticipo o magari in ritardo. L’aspetto di chi staziona tra stadio e piscina è il dress code di questi giorni stralunati: mascherine, guanti, occhiali chirurgici per evitare ogni possibile contatto con possibili ammalati del temuto Covid-19.

La polizia municipale fa prefiltraggio: solo chi ha la richiesta dell’azienda sanitaria si può mettere in coda. Tra le curiosità della prima parte della giornata, andata avanti fin quasi alle 18, ci sono state anche un paio di vetture rispedite a casa dai vigili perché volevano sottoporsi al tampone senza il pass dell’Asl. «Siamo qui per il test del coronavirus» si sono candidamente presentati i due automobilisti che, senza il lasciapassare della Usl, hanno usato la retromarcia.

Un tentativo di esproprio proletario da quarantena sanitaria. Niente da fare: non è tempo per esami di massa. Sessanta si danno il cambio nel primo giorno dei test all’aperto. Le regole per l’esame sono ferree: il paziente deve farsi trovare in un posto a sinistra dell’auto. Possibilmente da solo e dunque al posto di guida. O sul sedile dietro con l’ accompagnatore davanti, se le condizioni di salute gli impediscono di stare al volante. Ci sono auto lussuose e utilitarie nella fila che continua ad allungarsi, segno di un virus che colpisce a tutti i livelli.

Le facce di chi si mette in coda dicono tutte la stessa cosa: un misto tra paura e imbarazzo di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto che abbiamo imparato in questi giorni di isolamento. Ma qui, nel Checkpoint Charlie del morbo, non c’è tempo per fare filosofia. Verificata l’iscrizione nella lista, si tira giù il finestrino e si procede con l’esame en plein air. Un colpo di gas, una decina di metri a bassa velocità, poi di nuovo il motore spento.

Pochi convenevoli: di fronte al gazebo tre operatori gestiscono tutte le fasi con dispositivi di protezione che sembrano scafandri. I tempi sono contingentati: prima un colpetto alla faringe, poi due inserimenti nelle narici: pochi secondi e il tampone è fatto. L’uscita è obbligata da via Divisione Garibaldi in mezzo a campi da calcio e da tennis vuoti.

C’è poi l’attesa dei risultati in una speranza che accomuna: c’è una città che tifa con tutto il cuore perché nessuno di quei sessanta sia positivo. Lo stadio, allora, è il posto giusto.