Graziano dopo la sentenza
Graziano dopo la sentenza

Arezzo, 3 aprile 2018 - E’ la terza Pasqua agli arresti per Padre Graziano, che ormai due sentenze, di primo grado e d’appello, indicano come l’assassino di Guerrina Piscaglia, la Madame Bovary minore di Ca’ Raffaello. La quarta in cui grava su di lui il sospetto del delitto, ma nella prima (era il 2015) c’era soltanto la richiesta di ordinanza di custodia cautelare del Pm Marco Dioni, non ancora avallata dal Gip Piegiorgio Ponticelli, che la firmò alla vigilia di un’altra festa, il 25 aprile 2015.

Poi le Pasque del 2016, 2017 e adesso 2018 ai domiciliari, nel convento romano dei Premostratensi, dove l’ex viceparroco congolese si prepara all’ultima battaglia, quella in Cassazione. Il suo avvocato, Riziero Angeletti, sta terminando proprio in questi giorni il ricorso alla suprema corta, che dovrebbe essere pronto entro un paio di settimane, anche se in realtà c’è tempo fino agli ultimi di aprile (45 giorni dal deposito delle motivazioni d’appello che è del 12 marzo).

Bene, ma su cosa si baserà la difesa, la cui impugnazione corre sul filo perchè c’è sempre il rischio che il ricorso non venga neppure esaminato e anzi dichiarato inammissibile prima di approdare in aula? La Cassazione, ricordiamolo, non è giudice di merito ma di legittimità, verifica cioè non i fatti (già passati al vaglio di due corti) ma che la sentenza di secondo grado sia conforme alle regole di legge. Il sentiero di Angeletti, dunque, è piuttosto stretto, specie dopo quella che in gergo si chiama una «doppia conforme», cioè un verdetto di condanna sia in primo grado che in appello.

L’avvocato del frate, però, può contestare eventuali travisamenti delle prove, cioè se dai fatti si è arrivati a conclusioni che sono mere congetture, non basate su elementi di realtà certi. E’ il caso, ad esempio, secondo la difesa, dello scenario che più ha fatto discutere nella sentenza d’appello: che i giudici si siano sbilanciati nel tracciare uno scenario delle modalità d’omicidio, ipotizzando uno strangolamento a mani nude.

E’ assurdo - scriverà Angeletti con parole più paludate - la corte d’assise d’appello è partita da un dato di fatto, la mancanza di tracce di sangue, per trarne la conseguenza di uno strozzamento che non sta nè in cielo nè in terra. Ma chi lo dice che le cose sono andate così? Qui non ci sono neppure le prove del delitto, come si fa a immaginare addirittura il modo in cui è avvenuto? E perchè le mani intorno al collo? Ci sono tanti altri modi di uccidere senza lasciare sangue.

Idem dicasi per i rapporti sessuali fra Padre Graziano e Guerrina che il verdetto d’appello dà per sicuri: in realtà, anche alla vigilia della scomparsa, la casalinga si confida con l’amica e parla di un amore infelice, non corrisposo, senza sesso. Senza dimenticare le questioni procedurali vere e proprie: i testi sentiti in incidente probatorio e mai più ascoltati in aula, gli sms acquisiti senza sequestro del telefono e altro ancora. Insomma, anche se il teorema Dioni, il quadro d’accusa cioè, resta solido, il frate e la sua difesa ci provano fino in fondo a evitare 25 anni di galera per omicidio volontario. Ultima parola alla cassazione, probabilmente entro l’anno.