"Il lavoro non è tutto. Non c’è respiro”: panificio spegne il forno nei festivi

La scelta controcorrente di Nico Vanni: "Supermercati aperti ma non si può andare a oltranza". A Santo Stefano il bis di una decisione che a Ferragosto era diventata un caso nazionale.

Nico Vanni
Nico Vanni

Arezzo, 2 gennaio 2023 – "Sta diventando una trappola mortale: dovresti accendere il forno 365 giorni all’anno. Ma questa non è vita". Della serie: il lavoro è un anello fondamentale nel cerchio dell’esistenza ma non è quello determinante.

Capita così che per le feste comandate, Nico Vanni, fornaio da bambino, vada controcorrente e alla logica del "sempre aperto" per gli acquisti anche a Ferragosto o Santo Stefano, lui decida di spegnere il forno. È nato tra farina e impasti di babbo Mario, oggi guida l’azienda insieme al fratello Gianluca.

E batte su un tasto: "Avanti di questo passo, il rischio è inseguire il lavoro 24 ore su 24. Ma poi? Cosa resta di ciò che conta veramente?". Lo dice col pensiero - e gli occhi - fissi al dramma che ha colpito la sua famiglia, proprio mentre il ritmo di lavoro scandiva tempi e giornate.

"Mamma Giuliana, faceva le consegne del pane a domicilio, nei pressi di un incrocio è rimasta coinvolta in un grave incidente che l’ha ridotta su una carrozzina. Babbo ha avuto problemi di salute anche se, forte come un leone, a 76 anni è sempre il primo ad aprire il forno.

Nico, che di anni ne ha 44 e ha messo su famiglia con la moglie Sara e Luca, due anni e mezzo, ha cambiato paradigma da quel giorno: "Il 25 marzo del 2000 la mia vita si è trasformata in un minuto e ho capito che il lavoro non è tutto e non può prevaricare sulla qualità della vita". Per questo il suo Ferragosto è stato un giorno "alternativo", non a impastare pane e dolci da consegnare al supermarket, ma stretto tra gli abbracci di Sara e Luca. Lo ha rifatto, Nico, il 26 dicembre.

"Lavoriamo con ventitrè punti vendita della grande distribuzione e per Santo Stefano alcuni sono rimasti aperti. Io, invece, ho deciso di chiudere il forno e dedicare il giorno di festa alla mia famiglia". Il nodo, per lui che porta il suo pane nella Valdichiana senese e aretina, spingendosi fino alle porte di Firenze, è che "siamo tutti imprigionati nell’ingranaggio di un consumismo sfrenato. Che induce a comprare e lavorare anche a discapito di un equilibrio interiore e relazionare che si va perdendo. Si rischia di dare priorità ai consumi e al profitto, anzichè al modo in cui si vive la quotidianità".

Ricorda che "in passato non c’erano ritmi così incalzanti. La domenica i punti vendita erano chiusi e addirittura c’era un giorno a settimana, di solito il mercoledì, in cui le saracinesche restavano abbassate. Oggi le aperture sette giorni su sette e pure per le feste nazionali e religiose, impone a tutti noi imprenditori una tabella di marcia serrata, senza un attimo di respiro".

Lui, la sua "pausa" dal tran tran del carrello della spesa se l’è scelta rinunciando all’incasso di giornata. "Di fame non è mai morto nessuno, penso che dovremmo riflettere sulla deriva sulla quale, come persone, ci stiamo incamminando". Non è un fornaio-filosofo e neppure gli interessa l’abbinamento che a prima vista, potrebbe scattare. No, Nico ci crede veramente e nel suo piccolo, cerca di fare la parte di chi "conosce il valore del lavoro, ma è anche pronto a dire fermiamoci quando serve, dando spazio alla vita personale".

Il suo ragionamento è vissuto sulla pelle nell’attività quotidiana: la sveglia trilla alle 3 di notte e alle 14 segna il tempo del riposo: due ore, poi dalle 16 alle 19 in azienda a occuparsi della linea dei dolci; quindi tutto ricomincia nel turno notturno. Un ciclo pressochè continuo rispetto al quale prova a invertire la rotta.

Se il 26 dicembre il forno è rimasto spento, non lo sarà il 6 gennaio: "In un certo senso, è il sistema, il meccanismo che che è creato a inbdurti a lavorare. I punti vendita che rifornisco sono tutti aperti e non posso permettermi di non lavorare. Ci vorebbero leggi in grado di imprimere una svolta". Un paradosso, ma lui prova a cambiare rotta. "Vado in giro, parlo con i fornitori e vedo tanto spreco di pane e non solo, resta invenduto. In media 8 quintali del mio pane a settimana. Sarebbe un peccato buttarli via, così li porto in un allevamento di suini, come cibo per gli animali". Il ciclo della vita, senza tempo.