Il bancone del bar
Il bancone del bar

Arezzo, 13 gennaio 2020 - Passano dallo scoramento alla rabbia, fino a qualche squillo di ribellione. Come quello del gruppo dei Ristoratori Toscani, che lunedì erano andati dal ministro Patuanelli a minacciare di riaprire i locali, nonostante il divieto che si prolunga e che anzi rischia di diventare anche più stringente. Ma il gruppo nato spontaneamente in questo scorcio drammatico di crisi da Covid non ha troppi seguaci fra i 1200 bar e i 500 ristoranti, pizzerie e trattorie aretini.

Prevale piuttosto la linea dei ristoratori di Confcommercio, rappresentata dal presidente Federico Vestri, uno che è costretto a tener fermi tre locali dedicati soprattutto al pubblico giovanile e della movida, quindi particolarmente colpito dal blocco delle cene. «Ci vuole senso di responsabilità -sintetizza lui - sarebbe un’iniziativa arrischiata per noi e anche per i clienti, che se davvero si presentassero in qualche ristorante per cenare si troverebbero quasi sicuramente multati dalle forze dell’ordine e sono botte da 400 euro a testa. In queste condizioni, dubito che ci siano molti pronti a rischiare pur di andare a mangiare fuori a tutti i costi».

Prudenza, però, non significa acquiescienza. E anche Vestri con la sua corrente maggioritaria non nasconde la sua protesta nei confronti del governo: «Intanto non capisco perchè abbiamo pagato e continueremo a pagare solo noi. Mi spiegate qual’è la differenza fra entrare in un negozio, lecito, e venire a cena in un locale, vietato?».

C’è poi la questione dei ristori. Proprio ieri sono arrivati i primi assegni, quelli il cui ritardo aveva contribuito a scatenare la rivolta dei Ristoratori Toscani. Le cifre, però,vengono considerate irrisorie: «Sono esattamente pari a quelle che ci erano state liquidate in estate, dopo il primo lockdown, il 30 per cento del fatturato mancato in quei mesi. Ma se andiamo a fare il conto sul fatturato totale dell’anno appena concluso, siamo al 3,3 per cento, praticamente niente. Che oltretutto dobbiamo ora usare per pagare le tasse e i contributi dei dipendenti. Per noi cosa resta?».

Le tavole dei locali sono tuttavia sono uno dei fronti aperti dal morso del Covid. Sull’altra trincea ci sono i baristi, per i quali si prospetta fin dai prossimi giorni, l’ulteriore giro di vite della bozza di Dpcm che sta girando per l’Italia, anticipato dalla stampa. E’ più che probabile, dunque, lo stop anche all’asporto, dopo le 18.

Lo scopo è evitare gli assembramenti degli happy hour improvvisati, con i bicchierini di carta al posto dei calici dell’aperitivo, ma che riuscivano comunque a radunare gruppetti al di fuori dei bar. L’altra faccia della medaglia, però, è che i pubblici esercizi, non tutti ma quelli che tra le 17 e le 20, servono gli aperitivi per quanto resta della Movida, ci rimettono anche questa fonte di guadagno, il che inevitabilmente contribuisce a riscaldare gli animi.

Basta fare due conti: con l’asporto, dice il presidente della FipeConfcommercio Stefano Mearini, i bar salvavano al massimo il 30 per cento degli incassi precedenti. Il divieto di andare avanti oltre le 18 è destinato a ridurre ancora questa percentuale, per un periodo di tempo che nessuno è in grado di precisare.

Difficile pensare che duri poche settimane, possibile anzi che si vada di stretta in stretta fino a primavera. Solo nei bar aretini sarebber qualche altro milione che se ne va in fumo, mentre i costi fissi restano tutti. Insomma, c’è un’intera categoria, da chi vende caffè e cappuccino a chi prepara cene solo per l’asporto o la consegna a domiicilio, che non vede luce nel buio di quello che per loro è un lockdown senza fine.

Gli unici vaghi bagliori vengono dallì’ipotesi che venga rinnovata dal Comune (o dai Comuni) la concessione gratuita del suolo pubblico per la bella stagione. Ma prima alla bella stagione bisogna arrivarci.