
Roberto Cenni, ex sindaco di Prato (Foto Attalmi)
Prato, 13 settembre 2016 - "Sono contento che il reato più infamante per un imprenditore, la distrazione dall’attivo, sia venuto meno. Mi resta solo tanta amarezza". E’ sfinito, e non di certo trionfante, l’ex sindaco Roberto Cenni alla fine della lunga udienza che ha visto accogliere il patteggiamento a due anni per il crac dell’ex gruppo Sasch di cui è stato alla guida per decenni. Un patteggiamento cercato da tempo, per «mettere fine a questa storia» durata cinque anni da quando nel dicembre del 2011 gli fu recapitato l’avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta e da quando la Guardia di finanza bussò alla porta di casa sua alla Pietà sequestrando tutto quello che c’era da sequestrare.
Cenni, la fine di un incubo?
"Sicuramente, non ero più in grado di andare avanti, ho dovuto patteggiare anche se a malincuore. A 64 anni non me la sentivo di affrontare un processo lungo e difficile come, invece, ha scelto di fare mio figlio. Lui ha un’altra età e fa bene a lottare. E’ convinto di riuscire a dimostrare la giusta amministrazione del gruppo. Crede ancora in dei principi, io non ci credo più".
Non crede più nella giustizia?
"Non dico questo, ma la vicenda è stata condotta in un modo che non mi è piaciuto. Dal mio punto di vista, ho sempre manutenuto un atteggiamento sobrio, non ho mai fatto parola sull’inchiesta. Sono convinto che se non fossi stato sindaco non avrei ricevuto questo trattamento".
Pensa che tutta la vicenda sia stata montata perché all’epoca era sindaco?
"Ho lasciato un’azienda sana che, nel 2008, aveva 160 milioni di fatturato consolidato, 230 di aggregato, 10 milioni di utile netto. La prima insolvenza è del 2009. Nel frattempo, il mondo è cambiato e tante aziende hanno avuto problemi, ma chi ha dovuto affrontare un fallimento in privato non ha di certo avuto il mio trattamento, ad esempio dalle banche".
Si è sentito perseguitato?
"Non mi convince come è stata gestita la vicenda, anche il fatto che siamo venuti a conoscenza della testimonianza documentata sulla compravendita del marchio solo dopo molto tempo, mi sembra assurdo. Sono contento che il reato più umiliante per un imprenditore sia venuto meno, anzi che il ‘fatto non sussista’".
Cenni, cosa non rifarebbe?
"Il sindaco. Sono sicuro che avrei avuto un trattamento diverso. I problemi sono cominciati con la mia candidatura nel 2009 e l’azienda è colata a picco. Ho ricevuto questo accanimenento perché ero sindaco".
E’ rimasta la bancarotta in Russia, come sono andate le cose?
"Avevamo un mercato fiorente con 30 negozi. Avevo scelto il trasferimento diretto dalla Cina per evitare la doppia dogana. La merce arrivò al socio russo. I pagamenti però non arrivavano, ci fu la svalutazione del rublo. Dovevamo decidere cosa fare: smettere le forniture e chiudere i negozi oppure inviare la merce e recuperare i soldi dopo. Ho fatto una scelta da imprenditore inviando la merce, confezionata sei mesi prima".
Esiste davvero il socio russo, Klimenkov, di cui si è parlato tanto ma che non è mai stato trovato?
"Certo che esiste, stiamo scherzando. E’ citato tra i testimoni del processo e mi auguro che venga".
A che punto è Il processo civile?
"Ancora in alto mare, i sequestri restano e io ho necessità economiche da fronteggiare. A questo punto, mi aspetto un atteggiamento più conciliante della parte civile".