
Cristiana, dalla scuola di Erna Bonk, è arrivata sui palchi di compagnie come l’Aterballet e al Balletto di Basilea
di Gaia Parrini
VIAREGGIO
È dell’umiltà e la determinazione dei grandi artisti, che sono fatti i suoi passi di danza e la sua capacità di saltare e innalzarsi in aria come se stesse spiccando il volo. Di dedizione, sacrificio, passione e amore è stata, ed è, la vita, e la carriera di Cristiana Sciabordi, ballerina e maître de ballet, che dalla sala prove di Erna Bonk. è arrivata sui palchi del mondo.
Cristiana, ha cominciato a danzare all’età di 9 anni. A quell’età già voleva diventare ballerina?
"Dicevo “Io farò la ballerina”, nonostante mio papà mi tenesse parecchio con i piedi per terra, ma per me non c’era altra possibilità. Il caso ha voluto che mio fratello facesse basket in via Paolo Savi e mio papà chiese al titolare se conosceva una maestra di danza, lui gli parlò di Erna Bonk, da poco arrivata a Viareggio. Andò a vedere una sua lezione, ne rimase ammaliato, e così è nato tutto".
Com’è stato il suo percorso, fino ad arrivare al primo contratto, all’Opera di Roma?
"A 18 anni ho avuto il primo contratto a Roma ed è stato un colpo di fortuna: all’interno dell’audizione c’era Majja Plisetskaya, che amava le ballerine che potevano saltare, e io avevo quella dote. A Roma è stata molto dura, perché ero la sconosciuta di Viareggio e mi mancavano tante cose a livello tecnico. Sapevo che ero indietro, ma non mi fermavo mai: finite le prove andavo a fare lezioni private perché dovevo migliorare. Dopo cinque anni fecero il concorso nazionale per il contratto stabile, mi presero però l’estate che volevo e sono entrata all’Aterballetto, che era il sogno della mia vita".
C’è stato un momento in cui ha pensato di essere arrivata?
"Lì ho sentito che ero arrivata a qualcosa che volevo, ma arrivata non mi sono mai sentita, anche con ruoli importanti. Arrivare, per me, era fare quello che amavo. Il fatto di essere in questa professione era l’inizio, e l’ho sempre detto ai ragazzi: essere presi in una compagnia è l’inizio, tutto è da provare continuamente. Quando ti attacchi a quella sbarra ricominci da capo per alzare l’asticella. E per me è sempre stata una challenge con me stessa".
Quanto è importante, per una ballerina, la determinazione nel diventarlo, e quanto il talento naturale?
"Ho sempre sospettato, e avuto la conferma facendo la maître per 15 anni, che il talento ovviamente conta molto, ma quello che conta più di tutto è la testa. Ho visto ballerini con doti minime diventare star meravigliose, e ballerini super dotati non arrivare a nulla. Scatta un meccanismo strano: la ballerina che ha il collo del piede naturale non si sforzerà di averlo migliore, una che non lo ha naturale, sta con i piedi sotto al pianoforte per massacrarsi e averlo".
Ha girato l’Europa, dall’Aterballet al Balletto di Zurigo, di Lucerna, fino poi Basilea, dove ha svolto anche il ruolo di maître de ballet. C’è qualcosa che, in questi luoghi, non hai mai ritrovato di Viareggio?
"Il mare, e la mentalità dei viareggini: fastidiosa e piacevole allo stesso tempo. Il bello di Viareggio è che se hai un problema particolare si fanno in quindici per aiutarti. E questo non lo ritrovi".
Qual è il ricordo più bello della sua carriera?
"Ne ho tanti, ma ad uno sono particolarmente legata. Avevo 20 anni, a Roma, e mi fu assegnato come secondo cast un ruolo da prima ballerina. Era un passo a 4, molto famoso del repertorio classico, di Alisia Alonso, che mi scelse per uno di quei ruoli. Ho lavorato con lei, un mito, era cieca ma ballava ancora, vedeva le ombre ma veniva da te e faceva le correzioni. Era una donna dall’incredibile generosità: ho ancora un bouquet di rose che mi regalò alla prima, avevo 20 anni, e ora ne ho 53".
E l’insegnamento che ancora si porta dietro?
"L’umiltà, il fatto di saper volare basso e tenere i piedi per terra. Forse non sono stata molto brava ad apprezzare le mie doti, perché per me erano tutti più bravi, con la sindrome del brutto anatroccolo che cercavo di supplire lavorando. La cosa che ho sempre visto nei grandi è quella: i grandi ballerini semplici, umili, disposti ad aiutarti. Ed è, secondo me, la cosa che serve in generale nella vita: saper apprezzare quello che la vita ci dà, e so di aver avuto fortuna, in parte anche meritata perché ho lavorato tanto e ci ho creduto, per aver dedicato la mia vita a quello che amavo".