No al razzismo in campo. "La società sta cambiando: i ragazzi lo hanno capito, non ancora gli adulti"

Dopo il caso Acerbi-Juan Jesus in Inter-Napoli parla il presidente del Cgc Alessandro Palagi. "Prima di formare degli atleti, dovremo trasmettere i valori di fratellanza e uguaglianza"

Viareggio, 20 marzo 2024 – Nell’ultima edizione della Viareggio Cup sono arrivate in semifinale quattro squadre africane. Segno di una società, non solo sportiva, che sta cambiando e guarda al futuro. Domenica scorsa nell’ultimo turno di campionato è scoppiato il caso Acerbi-Juan Jesus con accuse di razzismo in campo che sembrano invece riportare le lancette della storia indietro di anni. Senza entrare nel merito della vicenda che ha riguardato i due professionisti di Inter e Napoli, abbiamo affrontato la delicata questione dell’integrazione con Alessandro Palagi, presidente del Cgc Viareggio società organizzatrice della Viareggio Cup e da sempre attenta nel portare avanti nello sport valori umani fondamentali nella crescita dei ragazzi.

Presidente, l’integrazione sembra ancora un obiettivo lontano da raggiungere...

"Ma forse non nei ragazzi. Loro sono più avanti rispetto alle nostre generazioni che, forse, fanno ancora un po’ più di resistenza. Io li vedo a scuola, in Passeggiata, nei campi di calcio. Mi sembra che crescano secondo sani principi. Che poi sono quelli della fratellanza, dell’uguaglianza, della pace e del rispetto reciproco.".

Che ruolo ha lo sport in tutto questo?

"Molto importante. Una società sportiva giovanile non deve guardare solo al risultato sportivo, ma deve guardare alla crescita e alla formazione dei ragazzi. Che devono imparare il rispetto, la lealtà, l’amicizia. E tutti devono essere uguali. Un concetto importante da trasmettere perché la nostra società sta cambiando ed è sempre più multietnica. Prima che formare un calciatore, un hockeyista o un cestista, le società sportive devono far diventare uomini questi ragazzi".

Famiglia e scuola come devono interagire?

"La famiglia ha un ruolo fondamentale nell’educazione. Oggi è più difficile, perché la società è cambiata e le difficoltà, soprattutto economiche, sono maggiori. Al giorno d’oggi lavorano sia il padre che la madre. E entrambi hanno meno tempo da dedicare ai figli. Ecco perché scuola e sport hanno ancora di più rispetto al passato una funzione educativa fondamentale".

E qual è la difficoltà maggiore per un dirigente o un educatore?

"Credo che il compito di tutti sia quello di costruire il futuro. Ma lo dobbiamo fare insieme ai giovani. E bisogna far loro capire quanto siano importanti tematiche delicate come l’ambiente o ancora il rispetto fra i popoli. Non ci può essere un futuro senza i giovani e senza una pace sicura e duratura".

Il torneo da questo punto di vista è un esempio e un modello?

"Sicuramente. Credo rappresenti il massimo dell’integrazione, un torneo dove tutti sono fratelli, pur venendo da ogni parte del mondo, dai cinque continenti. E voglio ricordare un episodio".

Quale?

"Quando ancora ero vicepresidente facemmo venire contemporaneamente una squadra palestinese, una israeliana e una statunitense. Fu il massimo per noi. Ci chiamarono giornalisti da tutta Europa per chiedere come avevamo fatto. Ma per noi era la cosa più naturale del mondo".

La società è pronta per un cambiamento anche culturale? Una città come Viareggio lo è?

"Viareggio, essendo una città di mare, credo sia più propensa ad abbracciare chi viene da altri mondi. Purtroppo, a volte, siamo diffidenti nei confronti degli stranieri perché vediamo troppe situazione di spaccio o di degrado. E’ chiaro che viene distorta l’immagine di un Paese da chi viene qui da noi solo per delinquere"

Cosa le dà più fastidio?

"L’offesa gratuita. I cori beceri e stupidi allo stadio. Su questo fronte c’è ancora tanto da lavorare".

La cosa che le fa più piacere vedere per strada?

"Quando incontro gruppi di ragazzini di varie etnie e o religioni. E vede che si abbracciamo, che scherzano insieme, che hanno una loro complicità. Ecco questo, penso, deve essere il futuro".

Ma forse, siamo ancora troppo lontani.