Paralizzata dopo l’operazione, medico a giudizio

Trentaquattrenne di Torre del Lago non muove più gambe e braccia. Inizia il processo. L’accusa: "Midollo compromesso"

Ospedale
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Viareggio, 12 gennaio 2020 -  Chiara, un fisico magrissimo da ballerina. Un fidanzato con cui condividere passioni e sentimenti e un negozio di abbigliamento alle porte di Bologna da portare avanti. Chiara ha 34 anni nel 2016 e una splendida vita davanti a sé. Ma il 17 giugno di quel 2016 viene sottoposta a un intervento chirurgico per un’ernia discale e quando esce dalla sala operatoria qualcosa non va nel suo corpo. Non muove braccia e gambe. E non le muoverà più. Il danno provocato è irreversibile. Il futuro di Chiara non potrà essere radioso come se lo immaginava. Da quel giorno resta prigioniera del suo corpo non più autosufficiente, bisognosa di cure e assistenza h24.

Con l’accusa di lesioni personali gravi (pericolo di vita a causa dell’insufficienza respiratoria) e lesioni gravissime (tetraplegia irreversibile: perdita completa della funzione motoria di quattro arti e del tronco) domani al Tribunale di Ravenna inizia il processo a carico del neurochirurgo Antonio Paolo Fabrizi, 65 anni residente nell’hinterland bolognese, difeso dagli avvocati Fabrizio Basile e Stefano Stratta del foro di Bologna.

Fabrizi è il professionista cui si rivolse Chiara Andreotti, originaria di Torre del Lago con in mano un diploma dell’istituto d’arte, e che all’epoca lavorava in un negozio di abbigliamento a San Lazzaro di Bologna. Nel 2009 Chiara era rimasta coinvolta in un banale incidente stradale con lesioni lievissime: trauma distorsivo del rachide lombare (prognosi di 10 giorni). Negli anni il dolore cervicale e i fastidi a una gamba erano rimasti per cui Chiara effettuò una serie di controlli e visite prima di sottoporsi a un intervento di ernia discale. Poi nel 2015 fu operata per discopatia lombare. Infine nel 2016 viene visitata dal neurochirurgo Antonio Paolo Fabrizi il quale suggerisce di sottoporre la paziente (che fino ad allora camminava sulle proprie gambe) a un intervento chirurgico di artrodesi cervicale per asportazione disco intervertebrale e interposizione di ‘cage in peek’.  

L’operazione viene svolta in una clinica convenzionata di Faenza dove il neurochirurgo si appoggiava. Ed è qui che la situazione precipita. Secondo l’accusa della Procura di Ferrara la colpa del neurochirurgo "è consistita nell’inserimento eccessivo della ‘cage in peek’ con conseguente contusione diretta del midollo spinale cervicale", riducendo Chiara alla condizione di tetraplegica a vita. Se vita vogliamo chiamare quella di questa ragazza. Che prima pesava 48 chili ed oggi (a causa delle medicine che deve prendere) è quasi il doppio. E’ tornata nella sua Torre del Lago in via Butterfly insieme alla mamma e alla zia che la accudiscono con grande amore. Lei combatte con coraggio la sua battaglia legale per avere giustizia ed è seguita in questo con professionalità e dedizione dall’avvocato Bruno Rondanini del foro di Milano, esperto proprio in disabilità causate da colpe mediche.  

«A nostro avviso – ha detto l’avvocato Rondanini – quell’intervento chirurgico non era necessario. E comunque in ambienti medici viene considerato di routine da eseguire senza particolari problemi". Domani inizia il processo penale nel corso del quale il neurochirurgo avrà la possibilità di difendersi. "Ma le consulenze mediche – dice ancora il legale di Chiara – sia nostre che quelle della difesa concordano sul fatto che la lesione irreversibile sia stata provocata in sala operatoria".