DANIELE MASSEGLIA
Cronaca

Imprenditore divorato dal gioco. "Adesso mi curo, ma ho ricadute"

L’uomo soffriva di azzardopatia dal 2012 a causa di uno stato depressivo. "Non è facile, però si può guarire""

Macchinette nei bar

Macchinette nei bar

Pietrasanta, 19 ottobre 2023 – “Ho iniziato a giocare per staccare la spina dai problemi quotidiani, senza rendermi conto di averla inserita, quella spina, in una centrifuga che può diventare pericolosa: ma dal disturbo da gioco d’azzardo si può guarire, sono in cura da un anno e sto molto meglio". All’altro capo del telefono c’è un imprenditore pietrasantino di 60 anni che si è reso disponibile a testimoniare la propria esperienza dopo il servizio che La Nazione ha dedicato nell’edizione di ieri all’azzardopatia – termine che i medici preferiscono al più gettonato “ludopatia“ – in scìa allo scandalo del calcioscommesse che ha travolto la serie A.

Quando ha iniziato a giocare in maniera compulsiva?

"Premetto che ho una moglie e due figlie e non ho mai avuto problemi economici. È successo nel 2012, ci sono cascato in seguito a uno stato depressivo di cui ho sofferto dopo aver avuto un infarto. Non ho mai giocato grosse cifre, ma ho perso tanto, diciamo diverse migliaia di euro. Di certo non sono andato in attivo. In quei momenti è stato come auto-annullarsi davanti alla macchinetta. Non lo facevo per vincere denaro, ma per rilassarmi e svuotare la mente. Lo trovavo confortante, mi dava fastidio avere gente intorno mentre giocavo".

Poi cos’è successo?

"Mi sono accorto che stava diventando una dipendenza quando alle 18.30, finito il lavoro, invece di tornare a casa andavo sempre allo stesso bar. Ordinavo una birra se era estate o una spuma in inverno, e giocavo puntando poco, anche solo 20 centesimi, ritrovandomi a perdere 50 euro se non di più. Succedeva due volte la settimana, ma senza interrompere il lavoro. E comunque soltanto qua, mentre quando ero in vacanza non ci pensavo nemmeno. Da questo punto di vista il mio caso è sicuramente meno grave rispetto a chi butta via stipendi rovinandosi la vita. Quando ho temuto di finire come quelle persone mi sono fermato".

Chi l’ha spinta a farsi curare?

"Ho deciso di mia spontanea volontà di fare qualcosa nel momento in cui mi sono reso conto di non essere malato, ma sicuramente affetto da azzardopatia. Su consiglio di mia moglie mi sono messo alla ricerca di una psicologa e ho trovato Francesca Alberti, in servizio al Progetto comunità aperta di Pietrasanta. A fare da tramite era stato l’operatore del Pca Nando Melillo. Ora sono in cura da circa un anno. Francesca ha cominciato ad analizzarmi e ho trovato il suo metodo risolutivo fin da subito. La cura c’è, ma bisogna metterci impegno come quando si vuole smette di fumare".

Cos’è questo metodo?

"Grazie alla psicologa ho cominciato ad analizzare i fatti. Lei mi insegna a collegare il cervello, anche perché sono un imprenditore, ho dei dipendenti e una famiglia: non devo perdermi in una spirale del genere. La psicologa mi mette davanti all’evidenza e mi fa ragionare. Per uscirne bisogna avere degli interessi e degli affetti, che fortunatamente non mi mancano. All’inizio è stato difficile, ma ora mi dedico di più a mia moglie, che mi aiuta tanto e mi dice di non fare stupidate, e alle mie figlie. Fino al cane: fare lunghe camminate portandolo a giro è terapeutico. Guarire è difficile e dipende anche dal grado di malattia, ma andare dallo psicologo solo per lavarsi la coscienza non serve a niente".

Cosa serve, invece?

"Il problema va preso a monte, capendo cosa porta a giocare in quel modo forsennato. Lo facevo perché avevo bisogno di tranquillità, ero arrivato al punto di averne le scatole piene delle incombenze che mi aspettavano a casa, e per questo ero musone e preoccupato. Ma così facendo è facile diventare un habitué del gioco".

Ha smesso di giocare?

"Non del tutto. Se mi avvicino alla macchinetta immagino mia moglie che mi dà del cretino e lascio perdere. Ma alla cassa a volte capita di giocare al Superenalotto: devo lavorarci, ma sono la tetimonianza che si può guarire. L’importante è essere onesti con se stessi e gli altri e ammettere di avere questo problema".

Quanto resterà in cura?

"La terapia è un appuntamento fisso di un’ora, ogni mercoledì. Mi piace andarci perché è un bel supporto. Sarà la psicologa a dirmi quando non ne avrò più bisogno. Non sono irrecuperabile ma bisogna farsi aiutare, a partire dalla famiglia".