
L’artista viareggina da anni realizza documentari su storie e vite in contesti di guerra, dalla Bosnia all’Ucraina
di Gaia Parrini
VIAREGGIO
È cresciuta tra le strade del centro viareggino e i cinema, i teatri e le sale di danza che, una volta, animavano la città, Barbara Cupisti,attrice e regista, con uno sguardo, al mondo, al cinema e all’arte, vissuta sin da ragazza, sempre sincero e sicuro. Come autentico, vivo, diretto è il suo modo di girare, di raccontare e di dare voce, e visibilità, a storie, vite e persone che spesso quella voce, e visibilità, non ce l’hanno.
Barbara, com’era la Viareggio della sua infanzia e adolescenza?
"Quella che ricordo era diversa, più romantica. Eravamo ancora molto legati ad un vecchio modo di vivere. C’era tutto, i cinema, il teatro: era una vita culturale diversa. Sembrava un set cinematografico".
Qual è stata la sua spinta artistica?
"Ho la fortuna di essere nata in una famiglia dove tutti facevano arte. Mio padre, nipote di Mario Marcucci, era cantante lirico e pittore. Danzavo, a 15 anni andavo a Firenze alle prime degli spettacoli e a 18, con la spinta di venire via da Viareggio, in cui non mi riconoscevo, ho detto ai miei genitori che volevo andare a Roma".
Di quello venuto dopo, come attrice nel cinema noir, quali sono i ricordi più belli?
"È stato un cinema che funzionava e guadagnava tantissimo, e conosciuto nel mondo, ma che in Italia non era apprezzato. Un cinema anche molto autoriale, in modo particolare con Michele Soavi, con cui facevamo cose pazzesche e movimenti di macchina assurdi. Quando sono passata dall’altra parte della macchina da presa venivo da una scuola su campo incredibile".
E com’è arrivata a capire che il documentario era la forma più adatta a lei?
"È stato casuale, ma anche aiutato da un grandissimo uomo di televisione, Giovanni Minoli. La conduzione con lui di “Survival“, dove andavo in luoghi estremi e facevo interviste in tutte le lingue, è stata la chiave di svolta. Proposi a Scaglia di Rai Salt un rotocalco di interviste a personaggi dello spettacolo dirette da me e lui mi mandò da un giovane regista romano: con una telecamerina mi sono inventate la qualsiasi, usando tutto quello che avevo imparato col cinema horror. E poi ho fatto ritratti di personaggi pazzeschi, da Mario Scaccia a Strehler. Solo che la situazione era imbarazzante perché facevo ancora l’attrice e non mi prendevano sul serio".
È stata dura?
"È stato difficile per una giovane attrice arrivata dal nulla farsi rispettare da troupe di soli uomini che non ti prendono sul serio. Ma poi sono riuscita a farmi accettare nel mio essere donna. Non mi sono mascherata e l’atteggiamento da attrice, l’essere aperta all’ascolto e non prevaricare, mi ha aiutato e mi aiuta nei documentari. E ho capito davvero quello che mi diceva Giovanni: il riuscire a dare voce a chi quella voce non ce l’ha. Così ho cominciato questo percorso".
Un percorso in cui a fare da filo rosso è la guerra.
"Nelle guerre capisci la vera natura dell’essere umano. In Ucraina, ad esempio, hanno capacità di andare oltre, continuare a vivere nonostante tutto, così come in Bosnia. Raccontare queste storie mi piace, mi fa sentire che in qualche modo, anche fosse solo per una persona, ne vale la pena".
Una figura costante nelle storie che racconta è quello della donna, a volte invisibile ma “resistente“, come in “Wartime Notes“.
"Volevo raccontare le donne costrette ad uscire dall’Ucraina, ma messaggere, uniche a raccontare la guerra fuori. Da una parte il mondo vecchio tenuto in mano da una mentalità patriarcale e dall’altra le donne che ricostruiscono. Era come se capissi la situazione delle donne in guerra senza averla mai vissuta, su cui hanno avuto influenza i racconti di mia nonna, che ha perso il figlio soldato e aveva un marito partigiano".
Su una donna è concentrato anche il suo nuovo film.
"È un film sul Cile, su una giovane attivista, Irina Karamanos, ed ex compagna del presidente cileno che, con lei, partendo dalla rivoluzione, è arrivato al potere. Lei ha apportato dei cambiamenti radicali, dallo smantellamento del ruolo di first lady e l’accettazione del ruolo femminile agli aiuti per la comunità queer e transessuale, ma che ora è completamente sola. È un film strano, diverso, focalizzato su una persona e sul racconto della sua solitudine".