Il referto dei medici parlò di 'uso improprio di farmaci'
Il referto dei medici parlò di 'uso improprio di farmaci'

Terni, 5 marzo 2017 - Imbottita di barbiturici. Sedici anni appena. La corsa in ospedale. E poi un colloquio volante con lo psicologo. Niente di grave. Il freddo vocabolario dei medici parlò di «uso improprio di farmaci» e quelle pillole ingurgitate non vennero considerate nemmeno «un gesto dimostrativo». Trentasei ore dopo, lei fragilissima, senza sostegno sanitario e una mano tesa dall’ospedale, si lasciò cadere nel vuoto. Fu un errore di valutazione, secondo i giudici che dopo una lunga battaglia legale hanno confermato la condanna al risarcimento di un danno da mezzo milione di euro nei confronti della famiglia della ragazzina.

LA SEDICENNE era stata ricoverata per un tentativo di suicidio, in seguito a una lite con il fidanzatino. Dimessa il mattino seguente nonostante fosse stato consigliato il «ricovero per breve periodo di osservazione medica in ambiente medico». Il giorno immediatamente successivo la giovane finse di entrare a scuola. Fu il padre ad accompagnarla. Ma lei sgattaiolò via. Sola con i suoi pensieri, i suoi incubi. Più grandi di lei. Non entrò mai in classe. Si arrampicò all’ultimo piano di un palazzo del centro e mise fine a quel dolore che sentiva dentro e che nessuno era stato in grado di valutare adeguatamente.

Era il gennaio del 2007. All’immensa tragedia di un padre e di una madre seguì un contenzioso aspro. La famiglia citò in tribunale l’ospedale. Colpa loro che non avevano saputo curarla. Perché anche l’«anima» ha bisogno delle attenzioni di un medico. Ora per quella drammatica vicenda la Corte d’Appello di Perugia, confermando la sentenza di primo grado del tribunale, ha condannato l’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni e l’Azienda sanitaria locale a un risarcimento di 480mila euro nei confronti della famiglia, assistita dall’avvocato Massimo Farnesi. Per i giudici della sezione civile quel tentativo di suicidio venne sottovalutato sia dai medici dell’ospedale, sia dal consulente del servizio psichiatrico dell’Asl che avrebbero «dovuto e potuto» indagare meglio il quadro psichico della minorenne.

DOPO dieci anni di battaglia legale in sede civile, tra perizie, controperizie e consulenze d’ufficio, la Corte d’Appello ha infatti confermato il risarcimento alla famiglia. I giudici di secondo grado osservano, in particolare che «pur dovendosi riconoscere che la prescrizione della rivalutazione psichiatrica del caso rientrava nella competenza dello specialista della Asl, deve ritenersi che i medici dell’ospedale avrebbero potuto e dovuto rilevare l’insufficienza della diagnosi, negativa, formulata dallo psichiatra (…)». E ancora: «La mancata valutazione dell’inadeguatezza della diagnosi psichiatrica – continuano i giudici – ha poi fatto sì che le misure adottate all’atto delle dimissioni furono esse stesse inadeguate».

Bacchettano infine i giudici: Se i medici avessero riconosciuto «la forte spinta suicidaria presente nella minore», «al momento delle dimissioni» sarebbe stato adottato un trattamento più adeguato a prevenire il suicidio.