di Antonella Leoncini "Siamo partiti il 6 settembre da Milano. La nostra prima tappa è stata Gaziantep, sul confine turco-siriano dove si concentra una comunità siriana in attesa di rientrare in patria. Da lì abbiamo toccato le città della Turchia centrale Kırşehir e Smirne, punto di partenza per i migranti che proseguono sulla rotta verso la Grecia. Così, abbiamo fatto noi e con un traghetto siamo sbarcati all’isola di Samos. Abbiamo raggiunto Atene e Salonicco". È la rotta balcanica, 2700 km, che Valentina Scala (nella foto,in alto, seconda da sinistra), senese, ha percorso in traghetto e pulmino Volkswagen. Ventisei anni, laurea alla nostra Università in...

di Antonella Leoncini

"Siamo partiti il 6 settembre da Milano. La nostra prima tappa è stata Gaziantep, sul confine turco-siriano dove si concentra una comunità siriana in attesa di rientrare in patria. Da lì abbiamo toccato le città della Turchia centrale Kırşehir e Smirne, punto di partenza per i migranti che proseguono sulla rotta verso la Grecia. Così, abbiamo fatto noi e con un traghetto siamo sbarcati all’isola di Samos. Abbiamo raggiunto Atene e Salonicco". È la rotta balcanica, 2700 km, che Valentina Scala (nella foto,in alto, seconda da sinistra), senese, ha percorso in traghetto e pulmino Volkswagen. Ventisei anni, laurea alla nostra Università in Scienze Giuridiche, specializzata in tutela minori con un master, lavora nel settore umanitario. Il suo viaggio missione con altri otto volontari di Ascs e Barbara Beltramello fotoreporter, è raccontato in ‘Umanità Ininterrotta, diario di viaggio sulla rotta balcanica’ che, edizioni Seipersei, ha ricevuto la lettera del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La rotta balcanica?

"La mia collaborazione con Ascs ed i Padri Scalabriniani inizia nel 2016. La rotta balcanica nasce dall’esigenza di conoscere una realtà di cui si parla poco e male, di fare la nostra parte".

‘Umanità Ininterrotta’?

"Abbiamo ripercorso i passi di migliaia di migranti che vogliono raggiungere l’Europa, dalla frontiera tra Siria e Turchia fino all’Italia cercando di accorciare le distanze tra chi, come noi, possiede un passaporto che ci apre ogni confine, e chi, invece, sogna l’Europa ma trova solo una via sbarrata".

Dopo Atene e Salonicco?

"Abbiamo attraversato Macedonia e Serbia, ci siamo fermati in Bosnia ed Erzegovina per visitare i campi profughi lungo il confine con la Croazia, tra cui Bira. Da questi luoghi fatiscenti,i migranti partono per un lungo viaggio a piedi tra i boschi. Lo chiamano Game, il gioco della vita: pericoloso per l’attraversamento di territori disseminati di mine inesplose, per i violenti respingimenti e le temperature sfavorevoli. Molti migranti perdono la vita, tanti sono respinti. Il nostro viaggio si è concluso il 25 settembre a Trieste".

Chi avete incontrato?

"Moltissime persone: migranti, attivisti, ambasciatori, operatori

umanitari. Ogni tappa è stata significativa. Il momento più difficile a Samos: vedere le condizioni inumane in cui vivono migliaia di persone, sentirsi impotenti, è stato straziante".

Perché raccontarlo nel libro?

"Ci siamo interrogati su come restituire ciò che avevamo appreso, dar voce alle storie delle persone che ci erano state consegnate. Grazie all’incontro con Stefano, Chiara e a Seipersei abbiamo capito che il modo giusto sarebbe stato quello di trasformare i nostri appunti di viaggio in un racconto per arrivare a tutti. Così è nato ‘Umanità Ininterrotta’ che, in prevendita, ha superato 700 copie vendute. Il grande successo ci aiuterà a tenere alta l’attenzione su quella che forse è la più grave crisi umanitaria del nostro tempo".

Cosa ha voluto dire questa esperienza?

"Misurarsi col dolore così da vicino e tante volte ci ha cambiati. Ci siamo messi in discussione. Quella sofferenza te la stampi in testa. Non si torna indietro. Con il mio lavoro, a fianco di migranti e rifugiati, spero di riuscire a dare un piccolissimo contributo ad una causa più grande: rendere il mondo più giusto e ospitale per chi lo abita".