La lotta contro il coronavirus purtroppo lascia una scia di lacrime e dolore
La lotta contro il coronavirus purtroppo lascia una scia di lacrime e dolore

Prato, 7 aprile 2020 - Sua madre è morta venerdì, da sola, in un letto d’ospedale. L’ultima parola in una telefonata mercoledì mattina. Poi più niente. Il silenzio interrotto dal resoconto clinico quotidiano che l’Asl riserva ai parenti dei malati di coronavirus ricoverati al Santo Stefano. In una telefonata i medici li aggiornano sulle condizioni cliniche. Mercoledì l’ultimo contatto con la madre fino alla notizia che nessuno vorrebbe sentire: una nuova crisi, le condizioni che peggiorano e il decesso. Nemmeno a quel punto cambia qualcosa: nessuno può vedere la salma, non un ultimo saluto per la famiglia, solo un sacchetto con gli effetti personali del congiunto da aprire, in questo caso, dopo il 7 maggio per sicurezza.

Vittima numero diciotto del coronavirus a Prato. Però non si tratta di numeri, ma di persone che si portano dietro affetti e dolore. E in questo risvolto drammatico degli effetti che il coronavirus ha sulle vite di tutti noi, sconvolgendo anche il momento della morte, ce n’è un secondo altrettanto triste. Riguarda le persone che restano, come il marito della donna deceduta venerdì. Ha 83 anni e dal giorno in cui ha perso la moglie è rimasto solo in casa, con il suo dolore, dovendo fare i conti con l’età e gli acciacchi dovuti a patologie serie e pregresse.

La figlia non può andare a casa a controllare come sta il padre: essendo stati tutti a contatto con la madre adesso sono in quarantena, costretti ad un isolamento forzato. La figlia ha scritto una lettera alla nostra redazione per chiedere che in questa tremenda emergenza sanitaria non sia dimenticata l’umanità. L’umanità che reclama è in un tampone per il padre: solo così può scongiurare la paura che il virus possa fare altre vittime nelle sua famiglia accogliendo l’anziano in casa. Una storia triste solcata dal dolore di una famiglia che apre uno spaccato su un problema attuale: la mancanza di tamponi anche per casi che dovrebbero essere in testa alla lista.

«Purtroppo mia mamma non ce l’ha fatta. Il nostro pilastro è una delle vittime di questo maledetto virus. Per l’esattezza la numero 18. Sono molto delusa dal trattamento riservato a noi famiglie. Già è dura accettare una perdita del genere figuriamoci in questo modo: senza poterle tenere la mano, senza nemmeno vederla né farle una sepoltura umana a lei che ci ha cresciuti nel rispetto degli altri e delle regole non si sarebbe meritata tutto questo", scrive Barbara Benassai nella lettera che ha inviato anche al sindaco Biffoni.

"Il fatto è che ci siamo ritrovati soli ad affrontare una cosa più grande di noi. Soli perché nessuno si è posto il problema di cosa c’è dietro in questo momento ad una morte del genere. C’è mio padre per esempio chiuso in quarantena come me ma in due case diverse. Lui che piange da solo senza poter ricevere un supporto da nessuno. Andrò a prenderlo per portarlo a casa con me, ma con quale sicurezza? Ho due figli ed ho paura per loro". Mancano tamponi: lo gridano i parenti delle vittime, gli anziani delle Rsa, i cittadini a letto con la febbre.

«Avevo chiesto un tampone o un’analisi del sangue per mio padre che è stato a stretto contatto con la mamma, per essere tranquilli che il mostro non si annidi ancora da qualche parte. Non abbiamo avuto risposte, nessuno ci spiega come fare e come, cosa che sarebbe dovuta in una civiltà umana. Sono delusa perché mi aspettavo un supporto umano ed ho ricevuto solo un sacco con le cose di mia madre da aprire il 7 maggio perché non sicuro attualmente. Che umanità è questa?".
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