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28 apr 2020

Coronavirus, i cinesi di Prato non interrompono il lockdown: "Continuiamo a stare chiusi"

Le voci dalla comunità orientale toscana

28 apr 2020
silvia bini
Cronaca
Mascherine anticontagio negli aeroporti cinesi
Cittadini cinesi con mascherina
Mascherine anticontagio negli aeroporti cinesi
Cittadini cinesi con mascherina

Prato, 29 aprile 2020 - Hanno chiuso per primi, anticipando di parecchi giorni il lockdown imposto dal governo e riapriranno per ultimi, ben oltre la data del 4 maggio. Gli imprenditori cinesi che guidano le 4.800 aziende di pronto moda strette tra i Macrolotti della zona industriale di Prato non hanno alcuna intenzione di riaprire i battenti.

Le confezioni, core business della comunità orientale della Toscana, non riprenderanno l’attività. Ancora troppa la paura del virus. «Dal punto di vista degli affari, la stagione primaverile e quella estiva sono ormai perse. Inutile tornare in produzione. La curva dei contagi non è ancora ai livelli di sicurezza e non vogliamo rischiare», dice Lorenzo Wang, 30 anni, rappresentante dei Giovani imprenditori cinesi d’Europa.

Lui è il titolare della confezione ‘Firstage’, una delle tantissime presenti a Prato. «Ci sono molti connazionali che per tirare avanti hanno avuto bisogno dei pacchi alimentari. Ma viviamo questo periodo come una guerra mondiale e secondo noi non è ancora finita», dice Wang.

Era febbraio quando la comunità cinese decise di battere in ritirata e iniziare un’autoquarantena che non terminerà prima della fine di maggio. Questi cinesi sono l’altra faccia di Prato: mentre il tessile per settimane ha cercato di forzare la mano al governo per anticipare la ripresa della produzione, avvenuta lunedì, i cinesi non apriranno nemmeno con la fine del lockdown.

La strategia dell’isolamento ha dimostrato la sua validità: secondo i numeri ufficiali, nella comunità cinese di Prato non è stato registrato nemmeno un caso di contagio. «E’ ancora presto per riprendere la produzione», dice anche Marco Wong, primo consigliere comunale cinese della storia di Prato. «La paura dei contagi è troppo alta, dopo mesi di sacrifici meglio non rischiare». Silvia Bini

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