Una classe delle elementari (foto di repertorio)
Una classe delle elementari (foto di repertorio)

Prato, 11 gennaio 2019 - Fantasmi per il sistema scolastico pratese. Fantasmi per la società. Nessuno amico o quasi, poche parole di italiano conosciute, nessuno sport da frequentare. Sono i bambini con i quali puntualmente ogni anno deve confrontarsi la scuola pratese. Sono i bambini cinesi che arrivano in corso d’anno, che bussano alla porta delle scuole all’improvviso perché fino a quel momento si trovavano in un’altra città.

«Non cambierà mai niente finché per i genitori di questi bimbi varrà la regola per cui la produzione vince su tutto», dice il vicesindaco Simone Faggi. Quello dell’integrazione è un tasto sul quale da anni batte l’amministrazione comunale. Integrazione che parte dalla scuola ma che finora rappresenta ancora un percorso a ostacoli. Un anno fa lo stesso Faggi lanciò un grido di allarme, parlando di oltre 500 bambini stranieri iscritti a scuola fuori dai tempi previsti dalla legge e di oltre a 100 piccoli alunni che arrivano invece in corso d’anno. Numeri da capogiro coi quali deve fare i conti il sistema scolastico pratese, chiamato a gestire un’emergenza che sembra non finire.

Nel frattempo non si contano gli appelli rivolti ai rappresentanti della comunità orientale per convincere i connazionali ad adeguarsi alle regole della scuola italiana. Perché il rischio di questa mala gestione ricade tutto sui bambini che non riescono a ricevere un’istruzione adeguata e che si trovano costretti a lasciare la scuola appena 16enni perché magari non hanno vissuto un percorso di integrazione capace di dare loro gli strumenti utili ad affrontare il futuro. A cominciare dalla giusta conoscenza della lingua italiana che ancora oggi non è così scontata nemmeno tra le terze generazioni di cinesi. In campo il Comune ha messo diverse soluzioni: l’uso dei canali social orientali come we-chat, il volantinaggio, mediatori culturali e ora un progetto da 600mila euro che si occupa proprio dei rapporti tra la scuola e i genitori. «I bambini stranieri che arrivano a Prato sono arrabbiati. Arabbiati soprattutto verso un sistema che non capiscono. Spesso si pensa che abbiano dei problemi di apprendimento, che invece non ci sono», aggiunge Faggi. «I bambini che arrivano qui all’improvviso si trovano da un giorno all’altro catapultati in una classe. Così facendo non si sentono parte di una comunità, sono spaesati». La prova del nove è presto fatta: le iscrizioni chiuderanno a febbraio. Forse il 2019 sarà l’anno buono perché i cinesi rispettino la scuola e le regole della scuola.

Silvia Bini