Pontedera, 9 agosto 2018 - Cresce la manodopera straniera (+30% in due anni), c’è il rischio di sacche di lavoro nero e il passo verso lo sfruttamento può essere breve. Ma nei campi della Valdera, terra vocata al vino, all’olio e all’ortofrutta, il capolarato non c’è. Tuttavia, senza i dovuti controlli, potrebbe improvvisamente materializzarsi. Il campanello d’allarme lo suona Stefano Berti, direttore della Cia, la Confederazione Italiana degli agricoltori della provincia di Pisa. «Il fenomeno del caporalato non può e non deve essere più tollerato in un paese civile – spiega Berti, alla luce dei recenti e gravi fatti del Sud Italia –. Nessuna motivazione lo può, neanche minimamente giustificare. Fortunatamente nelle nostre zone (tutta la provincia di Pisa) non ce ne è presenza, ma occorre vigilare per scongiurarne la diffusione anche perché in alcune aree della Toscana, negli anni scorsi, c’è stato qualche caso».

Non a caso, anche in Toscana, è stato attivato da tre settimane il servizio ‘Sos caporalato’, la campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori nel settore agroalimentare, lanciata a livello nazionale dalla Fai-Cisl. L’obiettivo è quello di raccogliere, tramite numero verde (800-199-100) e social, le denunce di quanti lavorano in condizioni di sfruttamento e illegalità nell’agroalimentare. Le segnalazioni serviranno per un monitoraggio sull’evoluzione del fenomeno e consentiranno anche di dare voce a tanti lavoratori vittime di caporalato. Secondo Cia Pisa la soluzione sta a monte.

«Occorre lavorare ad un piano strategico di medio periodo che consenta alle imprese agricole di produrre redditi dignitosi per gli agricoltori che vi lavorano – rileva Berti –. Questo è il miglior antidoto per forme di degenerazione dei rapporti di lavoro. Ci sono dei problemi oggettivi che vanno affrontati». «Il primo – spiega Berti – è quello della scarsa competitività dell’agricoltura italiana nei confronti degli altri paesi, anche europei. Il problema più evidente è quello della superficie media delle aziende agricole che è di 53 in Francia, 56 in Germania, 65 in Danimarca, 152 nella Repubblica Ceca. In Italia è circa di 8 ettari. Su questo occorre innanzitutto lavorare».

Ma soprattutto secondo l’organizzazione agricola vanno create imprese che producono reddito e che lo facciano in maniera sostenibile da ogni punto di vista e la superficie aziendale non è una variabile indipendente. «La soluzione auspicabile non è certamente il ritorno al latifondo – prosegue Berti – ma semmai l’incentivazione di forme di aggregazione, vecchie e nuove, possibili che risolverebbero, o quantomeno attenuerebbero una serie di criticità, in primis quello della competitività rispetto alle produzioni provenienti dall’estero. Forme di aggregazione che riportino ad una adeguata segmentazione e specializzazione le varie fasi della filiera». «Pensare che un agricoltore possa contemporaneamente fare bene la fase della produzione, quella della trasformazione e poi quella della promozione e commercializzazione è una bella suggestione – conclude Berti – , ma può e potrà interessare una minima parte di imprese con certe tipologie di produzioni. Il problema è che l’aggregazione, il mettersi insieme, non collima con gli interessi di troppi soggetti che intorno all’agricoltura “campano”, a cominciare da noi della rappresentanza (con responsabilità diversificate)».

Sta crescendo anche da noi la presenza di mano d’opera straniera, soprattutto per i lavori di bassa specializzazione come quelli di raccolta dove gli stranieri superano gli italiani nei periodi corrispondenti alla vendemmia e alla raccolta di ortaggi. Questo è uno di quelli: la sola Valdera, in questi mesi, assorde circa 600 avventizi: qualche giovane, un gruppo solido di storici stagionali. Ma poi ci sono gli extracomunitari (marocchini, albanesi e anche cinesi), orfani dell’industria manifatturiera per la quale – tramite agenzie interinali – lavorando anche per un solo giorno.