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7 mag 2022

Jacopo e la matematica. "Così i numeri possono diventare poesia"

Ha tenuto una conferenza al Politecnico di Torino. Classe 2001, è uno dei talenti dell’Accademia dei giovani per la Scienza

Jacopo Giaconi nel giardino della Caffetteria del Museo Marini e con un violino gentilmente prestato da Massimo Menichini per questo ritratto (FotoCastellani)
Jacopo Giaconi

Pistoia, 8 maggio 2022 - In punta di piedi, cammina sui numeri con la consapevolezza che la Matematica non imbroglia, e che insegna la modestia come nessun’altra Scienza. Ha amato i numeri fin da bambino e ora, giorno dopo giorno, tracciano il sentiero della sua vita e lo condurranno dove la sua mente, eccelsa, e la sua anima, profonda e sensibile, vorranno andare. Alla fine dell’agosto 2021, Jacopo Giaconi ha tenuto una lezione a Torino sulla Poesia e la Matematica.

Faceva parte del campus estivo residenziale, nato dalla collaborazione fra il Politecnico e l’Accademia dei giovani per la Scienza, estensione della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e creatura nata dal cuore del professor Ezio Menchi, che fa parte del consiglio di amministrazione della Fondazione ed è responsabile di tutte le attività educative. Quella conferenza sta continuando a viaggiare. Porta con sè le parole e fonde i numeri, la poesia e la musica, che ha studiato, con il violino. Jacopo è nato il 16 marzo del 2001 a Pescia e vive alle porte della città con il babbo Filippo, tipografo, titolare della GfPress di Masotti, la mamma Elena Rubino, che insegna lettere alla Cino da Pistoia e il fratello Gabriele, classe 2007, al primo anno del Fedi-Fermi, indirizzo informatico.

Quali sono i suoi studi?

"Studio matematica all’università di Firenze, sono al secondo anno. Mi sono diplomato al liceo scientifico Duca d’Aosta. L’ho scelto perchè volevo una formazione più ampia, che non tralasciasse l’ambito umanistico. Dopo il diploma sono stato combattuto nella scelta dell’università perchè fino all’ultimo ho pensato di iscrivermi a filosofia. Non ho mai pensato però a ingegneria, non era quella la matematica che mi interessava. E’ una materia che contiene molti più stimoli di quanto possa sembrare. Basta pensare a Pitagora, che è stato un grande matematico, e un filosofo".

Come è nata la conferenza di Torino?

"E’ nata quando già facevo parte del progetto dell’Accademia, al liceo. Una volta iscritto all’università i contatti sono stati mantenuti e sono stato seguito dal professor Menchi e dalla professoressa Maria Giuliana Vannucchi che è coordinatrice dell’Accademia. Mi è stato proposto di tornare, come nuovo accademico, a Torino, quando facevo il primo anno di università e quindi alla fine di agosto del 2021 ho tenuto la lezione che ripeterò sabato 14 maggio, al liceo scientifico".

Come si intitola?

"Si intitola “Danzare in catene. Poesia e sensibilità matematica“. Danzare in catene è una frase di Nietzsche, da “Umano troppo umano“ ed è riferita alla poesia antica. Il lavoro presentato a Torino però ha le sue radici anche nei mesi di isolamento della pandemia. Rinunciare alla socialità si è rivelato importante anche per la matematica che è diventata un surrogato della compagnia, insieme alla letteratura".

Quali poeti ha amato di più?

"Mi preparavo a una maturità senza gli scritti e il programma ha abbracciato tanti poeti interessanti del ’900. Ho amato Saba, Montale, Sandro Penna, Alessandro Fo. Ho preso la mia via, insomma. E’ da lì che ho pensato di mettere in evidenza la poesia della matematica. Ho pensato che al liceo avevo studiato 700 ore di matematica e che avevo degli strumenti in più per capire la poesia e comprendere come, attraverso alcuni testi, la sensibilità matematica possa aiutare a comprendere un significato più nascosto".

Un testo su cui ha lavorato?

"Mi sono concentrato su un testo di Battiato: “Centro di gravità permanente“. Era morto da poco, era una riflessione estremamente attuale in quel momento. “Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori“ , era una figura che mi aveva molto colpito. Battiato si riferiva a Matteo Ricci, gesuita di Macerata che partecipò a una delle prime spedizioni in Cina. Euclide fu il padre della geometria i suoi elementi si studiano ancora. Ricci, per farsi accettare, si deve vestire da bonzo, e porta in Cina la geometria di Euclide. Esporta la matematica greca con grandi riconoscimenti, fino a farsi riceverere dall’imperatore".

Cosa le interessava trasmettere?

"La matematica cinese aveva già dato grandi risultati, a me interessava costruire un ponte tra poesia e matematica. Sono simili, dicono tanto in poco spazio. Con la matematica non si imbroglia, non si manipola. Insegna la modestia, la necessaria umiltà".

Quali sono i suoi progetti?

"Dopo la laurea triennale, proseguirò gli studi, non so se a Firenze o altrove e in quale indirizzo, se la didattica, la ricerca o l’approccio applicativo. Non ho ancora deciso. Sono incuriosito, voglio sapere qualcosa di più sulla logica. Un ambito in cui c’è stato un grande dibattito tra i grandi filosofi del Novecento. Il tema mi affascina, devo ancora scoprirlo. Non so se sarò all’altezza".

 

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