A piedi nel bosco (foto di repertorio)
A piedi nel bosco (foto di repertorio)

Pistoia, 4 marzo 2021 - L’uomo e la foresta. Un amore ancestrale che affonda le sue radici nella notte dei tempi sotto un cielo primordiale che ha suggellato il rapporto viscerale con la natura. Una natura che è spazio di crescita, archetipo di iniziazione e fattore di benessere psicologico, interiore. Ma anche fisico. E la scienza è lì a dimostrarlo con numeri che mettono finalmente nero su bianco l’effetto "curativo" che si cela dietro l’istintiva attrazione verso gli elementi, pronti a soccorrerci anche nel bel mezzo di una pandemia mondiale. Lo studio condotto durante il lockdown dallo psicologo psicoterapeuta Francesco Becheri – con Cnr, Cai e le università di Firenze e Tokyo – spazza via ogni dubbio: i boschi della Riserva dell’Acquerino e della Calvana possono salvarci dall’ansia da Covid. Non si tratta di sensazioni, ma di riscontri oggettivi basati su parametri precisi.

Dottor Becheri, il virus ha stravolto le nostre esistenze con ricadute ad ampio spettro. Che cosa dimostra l’esperimento che avete condotto a marzo?
"Sì, l’emergenza sanitaria ha imposto distanze sociali e cambiato il rapporto con il mondo esterno, allontanandoci anche dalla natura. Ci siamo chiesti dunque come portarla nelle case durante il lockdown. Da qui l’input per uno studio scientifico. Abbiamo lavorato su un campione di cento volontari dividendoli a metà. Un gruppo è stato sottoposto alla visione ripetuta di un video con immagini e suoni del contesto urbano; l’altro, invece, ad un video con immagini girate nei nostri boschi con i suoni della flora e della fauna. Ebbene, il test ha dimostrato una sensibile riduzione dei livelli di ansia misurati all’interno di questo secondo gruppo. La natura, dunque, ha un potente impatto sulla salute delle persone anche attraverso la sua fruizione indiretta. La Terapia forestale esiste".
E si tratta di scienza?
"Assolutamente sì. La Terapia forestale è riconosciuta come strumento di medicina preventiva. Si tratta di una disciplina che, attraverso il metodo scientifico, analizza la relazione terapeutica tra uomo e ambiente forestale ed i suoi effetti benefici. Tutto entro un ambito di ricerca interdisciplinare e inclusivo che integra studi su vegetali, esseri umani, salute ed economia".
Qualsiasi foresta può curare?
"Assolutamente no. Le aree destinate alla Terapia forestale devono possedere una serie di prerequisiti essenziali legate ad esempio alle specie arboree con relativa emissione, all’esposizione, ai venti dominanti, ma anche all’accessibilità. Lo step successivo è la selezionare dei sentieri forestali con poco dislivello e larghezza sufficiente a renderli adatti a tutte le persone senza distinzione di età o di livelli di abilità. Per certificare la terapeuticità dell’area forestale è necessario, infine, rilevare una serie di risposte di salute scientificamente comprovate nelle persone che la frequentano. Non c’è niente di improvvisato. Le regole sono ferree e riconosciute ufficialmente in un protocollo d’intesa stipulato tra Mipaaf, Crea, Cnr, Cai, Istituto superiore di sanità, Cai, Università di Firenze, di Padova e Sapienza di Roma. Serve un certificato".
Chi sono i pazienti ideali?
"Il target di riferimento sono i gruppi clinici, soggetti con disturbi psicologici, psichiatrici ma anche metabolici, del sistema respiratorio e cardiocircolatorio. Da qui la collaborazione con la Società della salute e la Regione Toscana, molto interessata al progetto. Ma la foresta fa e può fare del bene a chiunque".