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28 mar 2021

'Così ho riscoperto il messaggio di Adriana Zarri'

Mariangela Maraviglia racconta 'l'eremita che lottò pregando'

Mariangela Maraviglia
Luca Castellani/Fotocastellani
Mariangela Maraviglia

Pistoia, 28 marzo 2021 - Affondare nella vita e nelle opere di una teologa eremita ormai dimenticata, è stata l’impresa di una grande studiosa pistoiese come Mariangela Maraviglia, che ci restituisce la figura di Adriana Zarri da rileggere in questo tempo di distanze alla ricerca di un "calore di fraternità, di un’eco di poesia".

Da cosa nasce il suo desiderio di studiare storia della Teologia e storia della Chiesa?

Da cosa nasce non credo di poterlo dire fino in fondo. Posso dire che dall’età della ragione ho sentito che la domanda su Dio mi riguardava, con il carico di desideri, attese, dubbi che via via andavo scoprendo in teologi, filosofi, mistici che crescendo leggevo. Mi ricordo che finito il liceo classico confessai al professore di religione, don Renato Gargini, la mia intenzione di iscrivermi a teologia. Mi rispose che sarebbe stata una scelta profetica, una scelta che guardava al futuro. Aveva ragione: in quei primi anni Settanta alcune donne stavano iniziando a studiare teologia, formando poi una nutrita schiera di studiose oggi molto attive. Io però non ebbi il loro coraggio: in Italia teologia si studiava solo in facoltà teologiche dipendenti dalla Chiesa cattolica o da altre confessioni. Mi sembrò più realistico, in vista di una professione futura, conseguire una laurea in lettere e aggiungere a quella, negli anni in cui cominciavo a insegnare, studi di teologia. Non me ne sono mai pentita. Costruii un piano di studi con molte materie affini: “storia del cristianesimo”, “storia delle religioni”, “storia della Chiesa”, in cui mi laureai. La cattedra era allora tenuta da Michele Ranchetti, ma per me fu più determinante il rapporto con un suo assistente, Luciano Martini, troppo presto mancato, vicino ai movimenti di cristianesimo critico allora molto vivi. Fu lui che mi chiese di studiare don Primo Mazzolari, una figura che risultava un po’ il padre nobile di tanti preti e frati “di frontiera”, come Ernesto Balducci e David Maria Turoldo. Gli devo enorme gratitudine perché quella tesi, dedicata alla sua rivista «Adesso», divenne poi il mio primo libro (Chiesa e storia in «Adesso») e determinò l’amore per figure cattoliche in ricerca, non allineate a conformismi ecclesiali, e per itinerari religiosi e teologici innovativi.

Quali strumenti i suoi studi le hanno consegnato per poter leggere la realtà di oggi?

Forse più che offrire strumenti mi hanno aiutato a coltivare uno sguardo, a mantenere un senso dell’aperto. Mi porto dentro, come risorsa preziosa, alcune espressioni di una splendida figura spirituale che ho avuto la fortuna di studiare, Sorella Maria di Campello. Affermava di aver «bisogno di più largo respiro», raccomandava di «non essere dei racchiusi». Ecco, potrei dire che la conoscenza di una pluralità di percorsi possibili, la ricchezza delle vite che sono andata ricostruendo mi ha aiutato e mi invita a leggere realtà oggi spesso disorientanti con una prospettiva non ridotta, non autocentrata sul proprio interesse particolare. Neppure sulle proprie acquisizioni religiose. C’è una frase, pronunciata da molti, che interpreta il mio sentire: «Oggi qualsiasi fede comporta accettare domande, non pretendere risposte». Insieme avverto il personale richiamo a tenere vivo il discorso su Dio, l’amore per la figura unica di Gesù Cristo e per la Chiesa, ecumenicamente per le Chiese, che ce ne hanno consegnato il messaggio. Ricordo le discussioni degli anni giovanili, anni animati da grandi speranze di cambiamento ‒ dopo il Concilio Vaticano II, dopo il Sessantotto ‒, in cui sostenevo che il cristianesimo non poteva essere ridotto a un discorso soltanto sociologico, al pur imprescindibile ascolto del «grido dei poveri». Oggi, di fronte al frantumarsi delle credenze e delle istituzioni, sento che narrare vite di credenti scomodi e appassionati può essere un mio piccolo contributo al ripensamento di convinzioni molto diffuse: l’agnosticismo troppo facile del «non si può credere più a niente» da un lato; dall’altro il devozionismo ingenuo del credere senza vaglio critico a tutto, in grande spolvero nella nostra epoca dei social.

Ha incontrato delle difficoltà?

Ricordo lo scoglio della tesi, che ero convinta di non saper fare: faticosi anni di lavoro che si rivelarono un vero apprendistato al gusto della ricerca e della scrittura. Poi ho vissuto il mio percorso con grande entusiasmo, come una specie di privilegio, “pagato” con un impegno assorbente che si aggiungeva all’insegnamento, sempre svolto, con piacere, nella scuola pubblica. Ricordo i pomeriggi trascorsi a Firenze, dopo le ore di scuola al mattino, per frequentare l’Istituto superiore di scienze religiose, le lezioni illuminanti di esegesi biblica e di teologia ascoltate da professori come Enrico Chiavacci, Valerio Mannucci, Carlo Bazzi, Giorgio Mazzanti. D’estate c’erano i corsi delle ACLI, vere e proprie scuole di spiritualità negli anni di presidenza di Giovanni Bianchi, e le settimane bibliche della Comunità di Bose. Qui a Pistoia la realtà vivace del convento domenicano, i padri Felice Verde, Francesco Cubelli, Alberto Simoni, poi Alessandro Cortesi, e il Centro culturale Maritain, con il suo fondatore indimenticato Giordano Frosini. Luoghi di incontri con personalità significative, di stimolanti incroci di letture e pensieri. Lo studio si affermava, lo è per moltissimi anche se poco se ne parla, come stile di vita, al di fuori delle istituzioni accademiche. Per me, su richiesta di altri, si aggiungeva l’attività della scrittura: le ACLI nazionali mi chiesero di lavorare per loro; la Fondazione Mazzolari mi sollecitò diversi altri studi; quando, pochi anni prima del mio ritiro dall’ insegnamento, approdai per un dottorato di ricerca alla Fondazione per le Scienze religiose di Bologna, mi fu proposta una biografia di padre David Maria Turoldo. Tutte richieste che intercettavano miei interessi e che ben volentieri ho accolto come occasione di scavo nella storia e nella teologia del Novecento.

Perché ha scelto di dedicarsi a una figura come quella di Adriana Zarri?

Anche Adriana Zarri (1919-2010) non è stata una mia scelta. La leggevo però sulle pagine di «Rocca», era la prima donna teologa riuscita a farsi ascoltare, e proprio sul suo esempio avevo pensato, concluso il liceo, di studiare “solo” teologia. Perciò quando l’Associazione Amici di Adriana Zarri mi ha proposto di occuparmi di lei ne sono stata davvero felice. Ne è nato Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri (Il Mulino 2020). A pochi anni dalla morte, questa figura che in vita aveva avuto una certa notorietà per i suoi scritti e per la sua partecipazione a trasmissioni televisive come Samarcanda di Michele Santoro, è quasi del tutto dimenticata. Ho trovato ancora affascinante il suo profilo di donna di lotta e di preghiera, capace di intrecciare fieri interventi polemici contro ingiustizie sociali e contraddizioni ecclesiali con una dimensione contemplativa che la portò dal 1975 a condurre vita eremitica nella campagna piemontese. Quegli eremi divennero oasi di bellezza, spazi di respiro spirituale per credenti in ricerca o non “regolari”, per non credenti aspiranti a un “assoluto” come Rossana Rossanda, Pietro Ingrao, idealmente Pier Vittorio Tondelli, suo lettore. Furono anche realizzazione di una vita «ecologica» come allora si iniziava a dire, condivisa con piante e animali che facevano sentire Adriana in armonia con il creato, immersa «nella comunione cosmica».

Cosa ha provato quando l'ha incontrata personalmente?

La incontrai nel 1996, quando a Pistoia si presentò il suo libro Quaestio 98. Nudi senza vergogna (Camunia 1994), sguardo positivo sul corpo e sulla sessualità dopo una lunga tradizione mortificante. Rimasi sorpresa e forse anche un po’ delusa dalla sua “normalità”, dal suo rifiuto di accampare meriti speciali per quella vita a cui io invece riconoscevo, e amavo riconoscere, qualcosa di straordinario. Ho capito poi, leggendo i tanti suoi scritti e ascoltando numerosi testimoni, la profondità del suo quotidiano «semplicemente vivere», frutto di una profonda libertà interiore radicata nella grande tradizione biblica e spirituale cristiana.

Qual è il ricordo più significativo che le ha lasciato?

Su più piani la memoria di Adriana mi appare oggi da recuperare. Trovo molto contemporanea la sua sensibilità verso la terra come comunità fraterna da custodire amorevolmente, il suo vissuto di sobrietà, esempio di un equilibrio tra umani e ambiente non più differibile per il presente e il futuro del pianeta. Trovo da riscoprire o da scoprire diversi suoi scritti, che ritessono con creatività fili di pensiero, poesia, mistica, regalando pagine di grande intensità al lettore. Al fondo è il suo profilo di originale cercatrice di Dio che mi ha coinvolta e anche emozionata, il suo «cristianesimo mistico» aperto ai valori essenziali del Vangelo, al dialogo tra culture e tradizioni diverse, alle esigenze più profonde del cuore di ognuno.

Che accoglienza sta ricevendo la sua opera?

In questo tempo inclemente provo il grande dispiacere di non poter mai presentare il libro dal vivo. Il riscontro positivo di lettori su Facebook, in cui anch’io mi sono decisa a entrare in questi mesi di pandemia, diverse lettere e mail ricevute, le presentazioni a distanza non compensano il calore di una sala di ascoltatori, le loro domande, i loro saluti affettuosi prima e dopo l’incontro. Le recensioni sono state molte e ancora stanno arrivando, restituendo il senso di un lavoro non “invisibile” e per qualcuno addirittura “necessario”. Il libro è stato poi l’occasione di un allargamento di orizzonti, di relazioni, di nuove collaborazioni, per esempio con il Coordinamento delle teologhe italiane. Ma spero ancora che sarà possibile farlo girare un po’ per l’Italia…

Oggi viviamo un'epoca senza precedenti, in cui la crisi sanitaria ci sta facendo sperimentare un’affliggente distanza sociale, quale messaggio può suggerire la scelta eremitica di Adriana in questo contesto?

Nella lettera circolare che inviò agli amici il 1° settembre 1975, annunciando la sua scelta eremitica, Adriana scrisse che il suo trasferimento non era un «ritirarsi» come in un «guscio», al riparo delle difficoltà di tutti: «Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti». La distanza era per lei occasione di concentrazione e riflessione sul male del mondo, per una contestazione più interiore e più lucida. Credo che queste parole con il loro portato di solidarietà e di spinta critica esprimano con molta eloquenza un messaggio valido anche per noi nel momento difficile che stiamo vivendo.

Stiamo entrando nella Settimana Santa. Da due anni ormai la comunità religiosa ha dovuto rinunciare ai riti a cui teneva di più. Alla luce dei suoi studi, ma anche dei suoi sentimenti, come possiamo leggere oggi questa Cristianità obbligata a rinunciare?

Io non ho avvertito tanto la rinuncia quanto la condivisione del disagio comune, un’assunzione di responsabilità che mi è sembrata una prova di maturità e solidarietà. Appena è stato possibile, le celebrazioni sono riprese in spazi e modi compatibili con le esigenze di precauzione e di sicurezza, com’è naturale perché i cristiani e la Chiesa, come ricordano le figure che mi sono care e oggi papa Francesco, vivono nella storia e condividono il cammino di tutti. Semmai la vera domanda è perché tanti, pur dichiarandosi credenti, non avvertano più il bisogno di partecipare alle liturgie. Mi auguro che questa emergenza sia un’occasione per ripensare una ritualità più viva e coinvolgente, che tenga insieme la bellezza del celebrare, un linguaggio più comprensibile e aggiornato, un calore di fraternità, un’eco di poesia.

Lucia Agati

© Riproduzione riservata

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