Carabinieri
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Pisa, 15 ottobre 2019 - Diciassette oggetti contenuti in una scatola di cartone. Acquistati a poco più di un euro e mezzo ciascuno. Ma che lo hanno costretto per nove anni a frequentare le aule di giustizia. Nel 2013, in primo grado, fu condannato a 10 mesi e 20 giorni e 400 euro di multa. Tutto comincia all’inizio del 2010 quando un 41enne pisano, che è solito girare per mercatini, trova a Porta Portese (Roma) un mucchio di oggetti. Gli piacciono, costano poco, meno di 30 euro, e decide di portarseli a casa. Sono tanti, nel mezzo, ci sono anche tre vasi. Compra tutto a una bancarella e poi carica i manufatti nel bagagliaio della sua auto. Passa qualche settimana. Lui si trova a Grosseto. Dove i carabinieri lo fermano per un controllo in strada. Gli fanno aprire lo sportello posteriore e trovano la merce. Lui dichiara di averli acquistati nella capitale qualche giorno prima.

Gli uomini dell’Arma sequestrano tutto e segnalano il caso alla Procura. Si apre un procedimento nei suoi confronti per aver acquistato o ricevuto da ignoti e, comunque, per essersi impossessato di due oinochee in bucchero risalenti al VII secolo a.C. e un Kantharos in bucchero del VI/ VII secolo a.C., insomma, «beni culturali di interesse archeologico», così avrebbe stabilito un’operatrice della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana. Solo questi tre oggetti vengono poi menzionati nel capo di imputazione. L’uomo, incensurato, viene condannato in abbreviato per ricettazione. Gli vengono riconosciute le attenuanti generiche e lo ‘sconto’ per il rito. E’ il 2013.

Il 41enne, all’epoca impiegato in una ditta, vuol fare appello e a quel punto cerca un legale nella città in cui abita, Pisa. Il suo difensore, l’avvocato Arianna Tabarracci, commissiona una controperizia a un’esperta che sentenzia che i tre pezzi unici altro non sarebbero che «ingenue imitazioni». Insomma, falsi e pure grossolani. Tre i punti sui quali si fa leva davanti ai giudici fiorentini. La nullità del decreto di citazione a giudizio perché incompleto, l’inutilizzabilità del verbale di perquisizione. «Il mio cliente non è mai stato sentito come indagato». E ancora «l’illogicità e l’incoerenza della condanna che fonda la “prova” della responsabilità dell’imputato per il delitto di ricettazione unicamente nel verbale di perquisizione a dispetto anche di risultanze dibattimentali di segno contrastante». Ma anche la buona fede. «Sui beni sono emersi gravi elementi di incertezza circa autenticità e datazione, tali quantomeno da non consentire, in chi li ha detenuti, la rappresentazione del loro valore artistico».

La I sezione penale accoglie le motivazioni della difesa e assolve l’ex impiegato. I vasi sono ancora sotto sequestro.