Carlo Casarosa, ex professore del dipartimento di ingegneria aerospaziale di Pisa
Carlo Casarosa, ex professore del dipartimento di ingegneria aerospaziale di Pisa

Pisa, 27 giugno 2020 - Il vestitino di una bambola, ritrovato fra i resti del DC9 Itavia precipitato nel mare di Ustica il 27 giugno 1980, è uno dei ricordi più commoventi nella memoria di Carlo Casarosa, professore ora in pensione di Meccanica del Volo nel Dipartimento di Ingegneria aerospaziale dell’Università di Pisa.

A Casarosa e ai suoi collaboratori, Mauro Romagnoli e Pierluigi Lunardelli, t ecnici dell’Ateneo pisano, si deve la ricostruzione del relitto che oggi si trova nel Museo della Memoria di Bologna. Grazie al professore pisano, originario di Cascina, il ‘mistero di Ustica’ ha una ulteriore verità di fronte alla quale ancora molti tendono a opporsi preferendo quella più mediatica del missile.

"Ma sul DC9 - ribadisce Casarosa – non ci sono tracce di esplosione né interna (bomba), né esterna (missile). Ogni prova a sostegno è smontata da analisi o da dati oggettivi. Un esempio semplice: di fronte ai vetri intatti di cinque file di oblò recuperati dal relitto, come può reggere l’idea di una esplosione?".

Ogni anno da 20 anni, da quando cioè nel 1990 entrò nel collegio dei periti che affiancava il giudice Rosario Priore nell’inchiesta, in prossimità del 27 giugno il professor Casarosa entra nel vortice delle richieste di tv, giornali e agenzie di stampa in cerca di una voce autorevole e competente.

Eppure, professore, quando propose l’ipotesi della quasi collisione fu isolato e, si direbbe, ‘deriso’. Perché?
"Missile, bomba, cedimento strutturale furono le prime ipotesi. Quando il professor Santini mi chiese di entrare nella squadra di periti, mi ripromisi di affrontare l’incarico con la massima oggettività e senza innamorarmi di ipotesi né lasciarmi condizionare. Lo scenario geopolitico di quegli anni e anche i molti e frequenti depistaggi hanno contribuito ad accrescere il mistero intorno a questo caso, che un’analisi oggettiva e rigorosa di tutti gli elementi, dal relitto allo scenario esterno, è chiaro e lampante. Non rassegnandosi all’assenza di prove di esplosione, persino il presidente Cossiga ipotizzò un missile a risonanza, che non lascia segni. Siamo al surreale".

Lei, si direbbe, è l’uomo che ha fatto parlare il DC9 di Ustica. Cosa dice il relitto?
"Fu un recupero molto complesso e reso ancor più difficile da un contesto, diciamo, poco collaborativo. Il relitto, negli oltre 4000 pezzi che per quattro anni abbiamo ricostruito nell’hangar di Pratica di Mare, ci racconta che l’evento primario che fece destrutturare e precipitare il DC9 fu la rottura dell’estremità dell’ala sinistra".

Da cosa si capisce?
"Da un frammento dell’ala sinistra. Quando iniziammo a montarlo sullo scheletro del relitto, ci accorgemmo che presentava segni di distacco causato da deflessione verso il basso. Questa si era invece verificata in volo, al momento del distacco della parte terminale dell’ala".

Come arrivaste alla conferma?
"Inserimmo tutti i dati aeromeccanici del DC9 in un simulatore di volo. Vedemmo generarsi l’incidente di Ustica sotto i nostri occhi".

La cosiddetta ‘quasi collisione’. Cosa avvenne di preciso?
"Ci fu un evento esterno che riuscimmo a individuare studiando proprio lo scenario di quella sera, sulla base dei risultati che le perizie radaristiche andavano via via fornendo. Nei cieli sopra Ustica, il DC9 non era solo. C’era il Mig 23 libico, poi ritrovato sulla Sila, e due aerei forse americani. La flessione dell’ala fu determinata dall’incontro del DC9 con una scia vorticosa lasciata da un altro aereo che lo ‘sorpassò’. Il fenomeno si chiama Wake Vortex Turbulence, indicato nei documenti come quasi collisione, ben noto in Aeronautica perché all’origine di molte sciagure aeree. Durante il volo, si generano delle scie vorticose che si mantengono anche quando il velivolo è passato e si attenuano dopo alcuni minuti. È per questo motivo che le autorità aeronautiche impongono precisi intervalli di tempo prima di autorizzare decolli e atterraggi negli aeroporti".

Quindi?
"Il DC9 viene ‘sorpassato’ da un aereo che, intercettato, vira a est rispetto alla traiettoria verso sud, su cui entrambi procedevano. L’ala sinistra del DC9 incrocia la sua scia. E da lì il distacco e la caduta. Credo che il DC9 sia rimasto casualmente coinvolto in un’azione di riconoscimento e intercettazione".

Il ‘sorpasso’ è quello operato dal Mig libico. Lei andò anche in Calabria a fare una perizia su quel relitto.
"Sì, partimmo col giudice Priore quando si capì che poteva esserci una relazione con l’incidente di Ustica. L’aereo fu ritrovato il 18 luglio, ma poi, superati menzogne e depistaggi, venne fuori il sospetto che fosse caduto tre settimane prima".
 

Professore, cosa ricorda di quegli anni?
"Ricordo anche la commozione quando, tra i relitti, fu trovato il vestitino di una bambola. Fra le 81 vittime c’erano 11 ragazzi tra i 2 e i 12 anni e due bambini di meno di 24 mesi. Quando, per studiare i reperti, dovevo prendere in mano questo vestitino, mi commuovevo e mi sorprendevo a parlare con questi bambini chiedendo loro che ci aiutassero a trovare un indizio".
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