Manuel Rossi
Manuel Rossi

Pisa, 5 marzo 2019, Una scoperta dall'eccezionale valore storico artistico, avvenuta per caso e grazie alla curiosità di un giovane ricercatore. Una scoperta che lega la storia della Cattedrale di Pisa a quella delle nobili famiglie che nei secoli d'oro della città dimorarono nei meravigliosi palazzi dei Lungarni.

Per molti anni ritenuta drammaticamente perduta nel gorgo delle distruzioni della II Guerra Mondiale, la Leonessa in marmo della Cattedrale di Pisa, opera della scuola di Giovanni Pisano, è invece salva e si trova a Firenze. La scoperta, importantissima nel contesto della ristrutturazione del Museo dell’Opera del Duomo che diventerà il Museo della Scultura medievale pisana, si deve a un giovane ricercatore, l’archivista Manuel Rossi, che racconta la storia del ritrovamento fortuito di un pezzo di patrimonio pisano, una delle «fragranze rimaste quando abrugiò il Duomo di Pisa».

Dottor Rossi, iniziamo dalla fine. Perché la Leonessa è a Firenze?

“La statua fu donata, dopo l’incendio del 1596, dal Granduca Ferdinando I a un esponente dei Lanfreducci, allora proprietari di quello che è oggi il Palazzo del Rettorato. Qui la Leonessa rimase in un cortile fino alla fine degli anni Trenta. Con l’estinzione della famiglia Upezzinghi Lanfranchi Lanfreducci , nel 1899, e il passaggio del patrimonio agli eredi fiorentini, il palazzo fu in parte frazionato ed affittato. La Leonessa, assieme ad altri beni, fu così trasferita a Firenze per motivi di sicurezza”.

Come è arrivato alla sua identificazione?

“Studiando l’archivio di famiglia degli attuali proprietari della statua, ho ricostruito la sua storia. L’ultimo a vederla e a ritrarla, prima del suo trasferimento fu Enzo Carli, che la descrive come «suggestivo monumento di maternità ferina » che «tra la fine del tredicesimo secolo e i primi decenni del decimoquarto fornì ruggenti supporti alle colonne dei pergami pisani». Il confronto della statua con le fotografie del Carli confermano la sua identificazione e quindi il ritrovamento”.

Quale mano l’avrebbe realizzata?

“Il Carli la annovera nela “selvatica giungla giovannesca”, e, al netto dei restauri secenteschi, la definisce «opera di un notevole e assai fedele interprete della tarda maniera di Giovanni Pisano, più interessante dello scultore del pulpito di San Michele in Borgo».

La Leonessa faceva parte di un gruppo scultoreo?

“Sì, misura oltre centosessanta centimetri di lunghezza per novanta di altezza e rappresenta una leonessa, originariamente stilofora, come testimoniato dallo scasso tamponato sulla groppa, intenta a sorvegliare i propri cuccioli che le giocano attorno mentre con le zampe afferra un oggetto attualmente non riconoscibile”.

Torniamo al dono. Come lo usarono i Lanfreducci?

“Per i primi anni il grande marmo rimase nella loggia del palazzo fino a quando, nel 1626, Alessandro Lanfreducci venne nominato provveditore dell’ufficio dei Fiumi e Fossi e poté condurre una fonte dell’acqua di Agnano in casa propria; da qui l’idea di trasformare il vecchio marmo della Cattedrale in una monumentale fontana di cui ci rimane il progetto, disegnato da Alessandro Marucelli”.

Cosa resta di tutto questo?

“Oggi nulla, perché tutto fu smantellato alla fine dell’800 e una foto coeva ci mostra la Leonessa errante collocata in una nicchia del giardino. Eppure, c’è un fitto carteggio tra i fratelli Lanfreducci che testimonia l’attenzione da essi dedicata alla collocazione del monumento e al senso araldico che vollero attribuirgli calandolo in una sorta di museo familiare in cui inserire tutti i cimeli marmorei emersi dal rifacimento del palazzo. Il simbolo della famiglia era per l’appunto un leone rampante”.

Che valore ha la sua scoperta?

“Rappresenta una importante novità per le misure imponenti dell’opera e per il suo pregio, e perché ci consente da un lato di ripercorrere i legami tra l’Opera del Duomo, la Casa Granducale e una delle più importanti famiglie pisane a partire da un evento cardine come l’incendio del Duomo. In più è ora possibile analizzare un importante frammento dell’antica decorazione scultorea della Cattedrale, isolato ed espulso dopo i grandi restauri manieristi e reimpiegato in ambito domestico da una famiglia di antico lignaggio desiderosa di rievocare il proprio passato”.