I vigili del fuoco durante le operazioni di spegnimento
I vigili del fuoco durante le operazioni di spegnimento

Calci (Pisa) 24 settembre 2019 - Franceschi che recitava l’atto di dolore, dopo avere fermato la sua auto nella zona dell’incendio. Emerge dalle intercettazioni ambientali, come riporta la Cassazione, anche se gli atti d’indagine, da quanto si apprende, lo collocherebbero più precisamente a Calci nelle vicinanza della chiesa. Un «comportamento da lui non spiegato e ritenuto significativo – si legge – per il suo contenuto e per il luogo in cui l’atto di dolore era stato recitato».

Anche questo, appunto, è uno degli elementi del castello accusatorio che il Riesame aveva posto a fondamento del rigetto della richiesta di una misura meno afflittiva del carcere, e che la Cassazione ha preso in esame trattandosi degli iniziali elementi d’indagine e non potendosi esprimere sui successivi sviluppi investigativi.

Quell’ordinanza, sulle esigenze cautelari, per la Suprema Corte è però carente di motivazione e sul punto dovrà esprimersi dopo un nuovo esame il Tribunale della Libertà di Firenze. L’udienza si terrà ad ottobre e offre l’opportunità di uscire dal Don Bosco a Giacomo Franceschi, 38 anni, sotto processo a Pisa – lo difende il penalista Mario De Giorgio – con l’accusa di essere il responsabile del rogo sul Serra che il 24 settembre dello scorso anno divorò quasi 1200 ettari di bosco per un danno di circa 15 milioni di euro.

«La misura degli arresti domiciliari con dispositivo di controllo sarebbe applicabile a qualunque indagato nei cui confronti vengono ritenute sussistenti le esigenze cautelari – si legge nelle sentenza – ; in effetti, la spregiudicatezza e la mancanza di autocontrollo manifestate nel corso della commissione del delitto (si esprimeva così il Gip nell’ordinanza del 21dicembre 2018, presa sulla base degli iniziali atti di indagine) non comportano, di per sé, l’inefficacia della misura, tenuto conto che Franceschi non è pregiudicato e che è alla sua prima esperienza carceraria e, ancora, è inserito in un ambito familiare».

«Si deve ribadire che la misura della custodia cautelare in carcere – prosegue la Cassazione – deve essere considerata una extrema ratio, cosicché la motivazione deve indicare ragioni “concrete e specifiche” che rendono misure diverse inidonee a tutelare le esigenze cautelari». Il processo a carico di Franceschi è iniziato lo scorso 11 settembre.

Due i capisaldi dell’accusa – in parte approfonditi anche da Riesame quando aveva rigettato la richiesta di uscire dal carcere – : Google maps che quella sera avrebbero mostrato un andirivieni del 38enne tra il bosco e la sua auto, parcheggiata proprio lungo la strada per il Serra, poco prima che si alzassero le fiamme; la circostanza che Franceschi avesse avvisato dell’incendio il presidente dell’associazione di volontariato di cui fa parte alle 22’05 del 24 settembre, cioè dodici minuti prima che fosse dato l’allarme; Franceschi – secondo la Procura – avrebbe bruciato uno scontrino per allentare la tensione durante uno dei momenti di confusione che a volte vive.

Lo stesso imputato – sia nelle prime spontanee dichiarazioni autoaccusatore, che poi interrogato dal pm Alemi a lla presenza del difensore – aveva riferito di essersi recato nel luogo in cui era scoppiato l’incendio: lì lo aveva colto un attacco di panico: aveva raggiunto a piedi la strada e si era seduto per calmarsi e aveva cominciato a bruciare, con un accendino che aveva trovato in tasca, un pezzo di carta, lasciandolo cadere in terra senza assicurarsi che fosse spento; secondo quanto riferito in quel momento l’indagato era in stato confusionale e non si rendeva conto di cosa stava facendo. Dichiarazioni poi ritrattate integralmente dinanzi il giudice per le indagini preliminari.