Il dottor Massimiliano Desideri, dirigente medico nella Uo di Pneumologia
Il dottor Massimiliano Desideri, dirigente medico nella Uo di Pneumologia

Pisa, 26 novembre 2020 - Al primo piano dell’edificio 13 di Cisanello, il dottor Massimiliano Desideri, specialista in malattie dell’apparato respiratorio e dirigente medico nella unità operativa di Pneumologia diretta dalla professoressa Laura Carrozzi, ha vissuto in prima persona tutte le fasi che hanno contraddistinto la pandemia.

«Ricordo ancora il momento in cui ho capito che avremmo dovuto affrontare un’emergenza mai vista: domenica 15 marzo, ero il secondo reperibile per quel giorno. In una situazione ordinaria probabilmente non sarei mai stato chiamato in ospedale, invece quel giorno ho lavorato quattordici ore: i malati continuavano ad arrivare» racconta. 

E in questa seconda ondata? Quando ha capito che tutto si complicava di nuovo? 
«Anche in questo caso, ho ben stampato in mente il giorno. O meglio: la notte tra il 17 e il 18 ottobre, quando abbiamo ricoverato nove pazienti. Soltanto in un mese i numeri sono stati ben più alti di tutta la scorsa primavera: ad oggi i ricoverati sono 206, tra ordinari, sub-intensiva ed intensiva».
 

Questa volta però, siete riusciti a fronteggiare l’emergenza in maniera efficace.
«Sì, visto che abbiamo il vantaggio di conoscere già qualcosa della malattia. Ma anche perché nel frattempo abbiamo investito nel nostro reparto, rendendo le stanze a ‘pressione negativa’, grazie a un motore che ricambia l’aria tra le dodici e le quattordici volte in un’ora. Un modo per rendere più sicuro l’ambiente per chi ci lavora, e non rischiare di andare in difficoltà di nuovo perdendo personale a causa del virus». 

Ha avuto modo di curare anche qualche collega?
«E’ successo con un medico di famiglia, che come molti si era infettato quando ancora di questo virus si sapeva poco. Era arrivato da noi con una grave insufficienza respiratoria, ma è riuscito a ristabilirsi in tempo record rispetto al quadro iniziale. Una volta rimessosi voleva ritornare subito dai suoi pazienti».

Una notizia positiva quindi: dal virus si può guarire anche se la situazione sembra molto compromessa.
«Molti pazienti ultra 75enni che abbiamo avuto qui a marzo sono usciti dal reparto sulle loro gambe, senza problemi, perché non avevano patologie pregresse. Il discrimine è proprio questo, non l’età: un 65enne con 5-6 patologie rischia molto di più. Adesso, però, l’età media si è abbassata parecchio. Abbiamo avuto qualche ricoverato nato negli anni’80».

Cosa prevede l’iter successivo alla guarigione?
«L’Aoup ha istituito un percorso di follow-up gratuito per tutti i pazienti Covid, a circa tre mesi dalla dimissione in collaborazione con gli altri specialisti di Medicina, Geriatria, Rianimazione, Gastroenterologia e Neurologia. Eseguiamo tac ad alta risoluzione, ecografia di controllo, visita pneumologica con spirometria: nel caso riscontrassimo criticità persistenti proseguiamo con gli esami. Anche se, fortunatamente, la maggioranza degli ex malati già dopo tre mesi non ha ulteriori strascichi». 

Cosa vede invece nel nostro futuro a breve termine?
«Ci sarà ancora da stringere i denti per un po’ di tempo, continuando con misure che limitino la trasmissione del virus per evitare ulteriori difficoltà a gennaio-febbraio. Adesso la pressione sugli ospedali si sta lentamente abbassando: sono i primi frutti delle restrizioni imposte a inizio novembre».

Come è cambiata la sua vita da marzo a oggi?
«Il primo aspetto che mi viene in mente è la vita a casa: ho dovuto cambiare abitudini, trasferirmi nella camera di mio figlio e limitare al massimo i contatti. Non mi lamento: ho scelto io questo mestiere e conosco i rischi che comporta. Quello che spesso non viene messo in conto è invece il sacrificio dei familiari degli operatori sanitari, che si sono trovati loro malgrado a subire sconvolgimenti nelle loro vite».
Iacopo Catarsi