Marmo
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Carrara, 13 aprile 2019 - Sulla sentenza di mercoledì che ha dato ragione al Comune sul lapideo, continuano i commenti degli addetti ai lavori.  «La partita non è ancora finita. Aspettiamo che il Tar si pronunci nel merito dei ricorsi che riguardano le altre aziende per fare un’analisi finale rispetto a quello che è successo». A parlare è Anselmo Ricci, presidente della cooperativa Gioia, sul tema del ricorso delle aziende del lapideo al Tar e della sentenza che dà ragione al Comune.

«Entrando nel merito le aziende contestavano la delibera del Comune che recepiva il parere regionale, il quale specificava che per le conformità alle lavorazioni si deve fare riferimento al piano di coltivazione e non all’area disponibile. Inoltre stabilisce questa sentenza che le difformità sostanziali non possano avere varianti postume. Su questo il Comune ha vinto. Ma, i giudici fiorentini dicono anche altro, e per questo dico che la partita non è ancora finita: “In proposito il Collegio osserva che – legge la sentenza il presidente –, come correttamente replicano le parti resistenti, in linea generale una corretta progettazione ed un’efficace direzione lavori è in grado, rispettivamente, di prevenire e risolvere le problematiche che emergono nel corso degli scavi, tutto questo però a condizione che venga lasciato un ragionevole margine di tolleranza nell’escavazione oltre la volumetria autorizzata (nel singolo sito estrattivo). Lo sforamento di questa può avvenire anche per fatti non imputabili all’escavatore, quale ad esempio un imprevisto che richieda una rapida eliminazione per motivi di sicurezza. In tali casi non è ragionevole attendere i tempi del (nuovo) procedimento autorizzatorio i quali, per gli interessi pubblici rilevanti coinvolti, non possono essere brevi. Un margine di tolleranza adeguato entro cui effettuare la variazione con segnalazione certificata di inizio attività appare soluzione ragionevole; quella che invece stride è la previsione di un limite di tolleranza generalizzato e determinato in termini quantitativi (mille metri cubi) per ogni cava, qualunque ne siano le dimensioni poiché determina un trattamento omogeneo di situazioni che, invece, possono essere diverse tra loro’’».

Per Ricci quindi i giochi non sono ancora conclusi. E rilancia: «In Friuli Venezia Giulia lo sforamento concesso alle cave è in percentuale, non in metri cubi, il 10 per cento sui volumi autorizzati che per cave grandi come la nostra determinano volumetrie significative ben più ampie dei 1.000 mc. E non è che questa regione non pensi all’ambiente, è solo che viste le specificità delle lavorazioni di cava hanno stabilito tolleranze più ragionevoli».