L’appello dell’esperto Gemignani: "Giù le mani da creste e crinali"

Lo scalatore e fondatore del Sast: "Si rischia la stabilità delle Apuane. Stop all’aggressione delle montagne"

L’appello dell’esperto Gemignani: "Giù le mani da creste e crinali"

Il Monte Maggiore raccontato dall’esperto scalatore e fondatore del Soccorso alpino e speleologico, Renzo Gemignani: a suo dire ci sono stati degli interventi che potrebbero mettere in serio pericolo la stabilità della vetta

"Giù le mani da creste e crinali, o si rischia la stabilità delle Apuane". Di questo non ha dubbi lo scalatore Renzo Gemignani, uno che le nostre montagne le conosce come le sue tasche. Cinquant’anni passanti nel Sast, il Soccorso alpino e speleologico della Toscana che ha contribuito a fondare e guidare, e gli anni nell’elisoccorso Toscano hanno fatto sì che il presidente della Repubblica lo nominasse Cavaliere al Merito. Lui aveva previsto l’enorme frana che ha sbriciolato la parte che sovrasta il monte Serrone sopra a Miseglia nel 1997, e sempre lui mette in guardia dalla possibilità che anche il monte Maggiore possa cedere e dove dice "l’escavazione sta dando il peggio di sé". Gemignani è colui che ha creato la cooperativa di alpinisti e tecchiaioli ‘Api an’, che ancora oggi è un fiore all’occhiello che opera in mezzo mondo per ripulite le tecchie.

Per lui le cave vanno "contingentate" per l’incolumità dei cavatori e per impedire che "si continui a modificare la morfologia delle nostre montagne". E non a caso il giornalista Bernardo Iovene quando nelle scorse settimane ha portato in città le telecamere di Report ha intervistato Renzo e la figlia Elena, due esperti scalatori ma anche due profondi conoscitori delle alpi Apuane, le stesse dove Renzo ha salvato centinaia di vite di scalatori in pericolo. "I costoloni che salgono alla vetta hanno una funzione di sostegno del monte, sono come gli archi rampanti delle cattedrali gotiche – dice Gemignani –, ma come nel caso del monte Maggiore sono stati intaccati alla base mettendo davvero in pericolo la stabilità dei fianchi del monte. I cavatori di un tempo avevano lasciato questi costoloni intatti perché avevano capito l’importanza e il compito di queste creste che sostengono il monte. Purtroppo oggi alle cave c’è un’enorme disinvoltura nello scavare più marmo che si può, senza pensare che il monte non è mai fermo e può diventare un pericolo per chi ci lavora sotto. Si fanno lavorare gli operai sotto tecchie da cento metri. Se dovesse capitare una grossa tragedia come già accaduto in passato, a quel punto le cave si chiuderebbero da sole".

E poi c’è la questione delle vette. "Negli ultimi anni sono state aggredite le vette e le creste nonostante le leggi – aggiunge Gemignani –, l’ultimo esempio è il Torrione, uno dei tre è già sparito. Si deve intervenire con urgenza, anche sul monte Maggiore, dove si sta scalzando la montagna alla base, una tragedia come quella dei Bettogli oggi non sarebbe più accettata dalla gente. Sulle cave delle Apuane nel 1864 ci furono 11 morti nei bacini di Torano, dal 1884 al 1892 115 morti, nel 1911 morirono 10 cavatori a Bettogli e dal 1950 al 1999 ci sono stati 171 morti. Oggi si continua a morire in cava".

Per Gemignani come detto le cave si devono "contingentare", e non lo dice da ambientalista, ma da esperto. "Si parla sempre di problemi del marmo dal punto di vista economico e dal punto di vista della distruzione – prosegue l’esperto scalatore che ha scalato le vette di mezzo mondo, tra cui 5 volte in Himalaya come capo spedizione –, però bisogna tenere conto della cosa più importante che è la stabilità delle vette sovrastanti i bacini marmiferi, messi in pericolo dal numero enorme delle cave attive. Se a Carrara ci fosse stato il Cervino ci saremmo mangiati anche quello. Ci sono tanti esempi di luoghi dove si è smesso di escavare perché si andava a modificare la morfologia delle montagne. Invece da noi si sta addirittura pensando di riaprire delle cave sotto il monte Sagro chiuse dal dopoguerra". Alessandra Poggi