Claudio Arpaia, ex capo della squadra mobile della Questura di Lucca,con Manuela Antonucci
Claudio Arpaia, ex capo della squadra mobile della Questura di Lucca,con Manuela Antonucci

Lucca, 13 settembe 2020 - Un uomo d’altri tempi, indubbiamente. Tempi in cui le indagini si facevano consumando le suole delle scarpe, gettando reti fatte di informatori e confidenti, filtrandone poi i risultati con l’indispensabile fiuto investigativo, grazie anche al lavoro di una squadra ben affiatata. Claudio Arpaia, calabrese ruvido e riservato, ex dirigente della questura di Lucca, per quasi venti anni a capo della squadra mobile, si racconta ora in questo libro firmato dalla penna elegante di Manuela Antonucci: “Lupo di strada - Storie criminali lucchesi“, edito da Maria Pacini Fazzi. Sarà presentato venerdì 18 settembre alle ore 17 nel chiostro di Santa Caterina, al Real Collegio, dall’avvocato Florenzo Storelli con il giornalista Paolo Del Debbio.
Dottor Arpaia, com’è nata l’idea di raccontare queste storie?
"L’idea è stata dell’amico Walter Farnesi, che tra l’altro scrive nel libro un capitolo dedicato alla mia più recente attività di investigatore privato con la Fox. Mi ha messo in contatto con Manuela Antonucci, convinto che ne sarebbe nato un bel libro...".
Perché questo titolo?
"Dietro al lupo c’è un aneddoto che ho scoperto solo dopo essere andato in pensione. Quando ero a capo della Mobile, i colleghi temevano un po’ i miei controlli e così via radio si avvisavano del mio arrivo facendo il verso del lupo... Poi la strada è sempre stato il mio habitat e Manuela l’ha completato così".
Quasi 20 anni a capo della squadra mobile della Questura di Lucca, un record?
"Forse sì. Ho iniziato l’8 gennaio 1976, proveniente dal servizio come ufficiale di complemento della Guardia di Finanza e sono rimasto fino a metà 1995, per poi passare a dirigere la Digos, quindi l’Anticrimine e la divisione amministrativa. In tutto 35 anni a Lucca".
Oggi sarebbe impensabile un “ventennio“ del genere...
"Sicuramente. Ci sono pro e contro. Oggi vedo molti che arrivano e ripartono in fretta. Non è facile incidere in un tessuto locale in questo modo. C’è anche chi sceglie una città come trampolino per la carriera, non tutti certo".
Le hanno mai proposto buone alternative a Lucca, per la carriera?
"Sì, ma ho sempre preferito rimanere qui nella mia comunità, ho scelto di mettere al primo posto il mio lavoro. E posso garantire che non ho mai avuto orari. Alla fine dove tutti ti conoscono non ti fermi mai, non hai mai pace. Ho scelto anche di continuare i servizi di notte quando per il mio ruolo avrei potuto evitarlo. Ma l’ho voluto io".
Il libro è pieno di storie e anche di sorprese. Un ricordo felice?
"Ne ho molti. Alla Mobile avevo una squadra affiatata e molto tosta. Eravamo amici. Roba che non c’è più. Ricordo con piacere la liberazione di due bambini sequestrati: la piccola Elena Luisi nel dicembre 1983 e Ivan Magnelli, un rapimento lampo del settembre 1992. Certe esperienze ti restano dentro".
Un ricordo amaro?
"Ci sono anche quelli. Sono legati a persone che cercavano in qualche modo di manovrarmi".
Qualche nome?
"No, acqua passata...".
Il ricordo più divertente?
"Risale al 1976, il mio primo anno alla mobile. C’era in giro una banda di rapinatori che colpiva banche e uffici postali. Ci arriva una segnalazione al 113 sul furto di una Ford Escort a San Vito. “Correte che forse li beccate!“. Noi pensiamo che possano essere i rapinatori che si procuravano un’auto. Corriamo sul posto e nel frattempo via radio ci dicono che l’auto si è schiantata contro il passaggio a livello a San Vito. Piombiamo lì e scopriamo che i ladri erano... due bambini di 8 e 9 anni. Siamo rimasti di stucco. Soprattutto quando uno mi ha detto: “Commissario, la prossima volta non ci becca...“. Chissà dove sono ora e se ricordano quell’incredibile episodio...".
I suoi figli hanno seguito le sue orme?
"Mio figlio Stefano sì, sebbene da me sconsigliato: ora lavora alla Fox Investigazioni. Mia figlia Marida è farmacista".
Una curiosità: mai avuto paura in tanti anni sulla strada?
"Sì. Ed è bene averla. Una sana paura ti aiuta a non fare passi falsi". E per un “lupo di strada“ come lui è davvero una bella ammissione.
Paolo Pacini