Maltrattamenti sui bambini (foto di repertorio)
Maltrattamenti sui bambini (foto di repertorio)

Lucca, 21 giugno 2020 - «Sei una scimmia" oppure "rumeno di m.". Sono alcune delle frasi al veleno che un 50enne originario del Lazio sputava sul viso del figlioletto di pochi anni. Parole di disprezzo che, in un’occasione, lo portarono a slacciarsi i pantaloni, mettere a pochi centimetri dal volto del figlio il fondo schiena e dire: "È ciò che ti meriti". Dietro quelle parole si è nascosto per anni l’inferno vissuto dalla madre, una 40enne originaria della Romania, vittima di maltrattamenti continuati da parte dell’uomo con cui aveva scelto di convivere e mettere al mondo un figlio.

La storia è approdata nelle aule del palazzo di giustizia di fronte al giudice monocratico Michela Boi che ha condannato il 50enne a 1 anno e 2 mesi per maltrattamenti continuati verso la donna e il figlioletto, assistiti dal legale Sergio Conti. La pena è sospesa ma condizionata al versamento di 8mila euro a titolo risarcitorio. I due si erano incontrati a Lucca nel 2008 dove l’uomo lavorava. L’intesa era scoccata subito. Ma le cose, come riportato nelle almeno tre querele presentate dalla donna alle forze dell’ordine laziali e toscane, iniziano a incrinarsi. Il compagno, in base a quanto raccontato in aula, perde il lavoro e comincia a dimostrarsi violento. La coppia prova a cambiare aria e a trasferirsi in Lazio, ma i problemi restano. Anzi, aumentano.
 

La 40enne si mette sotto e riesce a trovare lavoro. Il compagno no. E i soprusi si infittiscono. Il mantra riferito in aula: "Sei una rumena di m. e devi lavorare anche per me". Nel 2011, nonostante tutto, la coppia ha un figlio e inizia un periodo di calma apparente. Passati pochi mesi le offese ricominciano. Stavolta arrivano le botte: schiaffi e calci come dimostrano i referti del pronto soccorso in cui la donna se la cava con pochi giorni di prognosi. L’odio del 50enne inizia a rovesciarsi sul figlioletto, apostrofato con parole offensive. Finché un giorno, come messo agli atti, l’uomo sputa in faccia al piccolo. L’inferno, raccontato in denuncia, dura due anni. Finché nel 2013 la 40enne trova il coraggio di scappare e tornare a Lucca col bimbo, dove trova un nuovo lavoro. La raggiungono le telefonate minacciose dell’uomo. Ma le denunce hanno attivato le forze dell’ordine e, sul fronte civile, nasce un contenzioso col 50enne per i soldi necessari al mantenimento. La storia approda al gup che lo manda a processo per maltrattamenti continuati fino a marzo del 2015. La sua difesa: sono invenzioni e calunnie. Ma il giudice non gli ha creduto. Le motivazioni della sentenza arriveranno in 90 giorni. L’inferno della 40enne, per fortuna, è finito prima.
 

Claudio Capanni