Lucca, 12 luglio 2020 - Lo smartphone del figlio era finito nel mirino della madre già da qualche tempo. Per questo a dicembre, il giorno prima di presentarsi al Compartimento Polizia Postale di Firenze glielo aveva sequestrato. "Basta, questo lo tengo io" gli aveva detto. Il figlio 15enne aveva provato a opporsi. "Ma come faccio a sentirmi con i miei compagni di classe?".

La risposta della donna: "Ti collegherai col mio". E a quel punto che la madre del 15enne, residente col figlio tra Lucchesia e Versilia ha visto con i propri occhi ciò che, forse, sospettava. Nella chat dei compagni di classe, dove era entrata col suo numero per consentire al figlio di chattare su WhatsApp, veniva pubblicati con naturalezza sticker pedo-pornografici. In pratica ‘adesivi virtuali’ ritraenti scene di sesso fra minori. Gli stessi che la madre aveva scovato giorni prima nello smartphone del 15enne insieme a video di sesso fra minorenni. Ma che non immaginava minimamente potessero essere oggetto di scambio. Forse è stata quella scoperta a convincerla ad agire. Dodici ore dopo, non ci ha pensato due volte. Accompagnata dal suo avvocato e col benestare del marito, ha bussato di mattina al Compartimento Polizia Postale di Firenze. E lì, di fronte agli ispettori della squadra di contrasto alla pedo-pornografia ha raccontato tutto. "Ho trovato queste immagini sul telefono di mio figlio. Che devo fare?".

Ma quello che la madre-coraggio aveva intravisto era soltanto il ciglio di un precipizio. Dentro al quale, per 6 mesi si sono calati gli ispettori della Postale, esaminando il materiale dello smartphone. Dalle analisi è emerso un numero esorbitante di filmati e immagini choc, scambiate e cedute dal giovane, rivelatosi l’organizzatore e promotore dell’attività di scambio attraverso WhatsApp, Telegram e altre app di messaggistica. In pratica figurine virtuali di sesso tra bimbi scambiate come quelle adesive dei calciatori: nudità e violenza al posto del pallone. App social al posto del banco di scuola sul quale mercanteggiare i doppioni.
 

Nelle cartelle dello smartphone c’erano anche file gore cioè scene di sesso particolarmente cruente. I video provenivano dal dark web e ritraevano suicidi, mutilazioni, squartamenti e decapitazioni di persone. Anche di animali. Eppure il 15enne, residente con la famiglia in Lucchesia, non aveva mai dato segnali d’inquietudine. Anzi. A scuola riga dritto e, alle spalle, ha una solida famiglia benestante di professionisti. Non un contesto di disagio. Lo stesso vale per altri due dei minori coinvolti, residenti tra la Versilia e la Lucchesia, presenti tra i 20 indagati (alcuni dei quali non imputabili perché minori di 14 anni) per detenzione, divulgazione e cessione di materiale pedopornografico, detenzione e istigazione a delinquere aggravata. Il giro di immagini si era infatti ampliato ad almeno altre 4 chat Telegram. Ciò che ha colpito gli investigatori però è stata l’estrema naturalezza degli scambi come lo stesso 15enne ha affermato. "Non immaginavo fosse così grave, mi dispiace".
Claudio Capanni
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