CHIARA TENCA
Cronaca

Tra natura selvaggia e abbandono: "L’area del Pozzale merita di più"

Difficile scendere a mare per raggiungere gli arenili, costretti allo slalom fra i legni portati dalle onde . Colpisce l’occhio anche qualche cumulo di rifiuti vecchi di mesi e non ci sono bidoni per la spazzatura.

Tra natura selvaggia e abbandono: "L’area del Pozzale merita di più"

Tra natura selvaggia e abbandono: "L’area del Pozzale merita di più"

A guardarsi intorno sembra quasi di sentire nell’aria le musiche di Morricone, quelle degli spaghetti western. Tutto è selvaggio o quasi, punteggiato da qualche segno di civiltà che spunta qua e là e da elementi imprigionati in un tempo lontano: pali arrugginiti, case divenute ormai ruderi, una cava in disuso. E poi c’è la natura che si prende i suoi spazi, attaccando le spiagge con crolli, legni, erosione, tenendo ferma la linea della vegetazione sotto cui cercano riparo dai primi caldi i bagnanti. Qualsiasi regista ci andrebbe a nozze, fosse anche solo per un videoclip. Sono sempre meno, invece, gli ‘aficionados’ del Pozzale: il ‘wild side’ della Palmaria, quello che guarda il Tino e si lascia alle spalle golfo brulicante e colori pastello di Porto Venere e va avanti da anni – salvo Masterplan o nuove operazioni che potrebbero interessare l’ex sito estrattivo – uguale a se stesso. O quasi.

Lo conferma la testimonianza del consorzio marittimo Cinque Terre Golfo dei Poeti, gestore dell’unico collegamento di linea: calano con costanza i biglietti staccati. Se sono decine e decine le imbarcazioni all’ancora nelle baie dell’isola, si esaurisce in fretta la conta di chi gira o cerca rifugio in questo tratto dell’isola. Gli arenili, quelli sopravvissuti all’erosione, mentre gabbiani e cormorani ribadiscono chi sono i veri padroni di casa con la loro presenza, restano ormai riservati a pochi coraggiosi: difficile scendere a mare, serve poi fare lo slalom fra i tanti legni portati dalle onde, a parte una scaletta pericolante che vorrebbe fare da ponte abbandonata da chissà chi. Ma il peggio lo danno tubi e cavi en plein air, con tanto di "impianto ad alta tensione" precario e a pochi metri dalla riva, malamente delimitato. C’è qualche cumulo di rifiuti vecchio mesi, ma – almeno al momento della nostra visita, avvenuta alcuni giorni fa - neanche un bidone della spazzatura, salvo quelli del bar-ristorante, già divisi secondo le regole della differenziata.

Se la situazione del sentiero crollato vicino all’imbarcadero è rimediata, grazie alla collaborazione con Aeronautica e Comune di Porto Venere, l’altro moletto di servizio del ristorante dopo il crollo è stato rattoppato in modo precario. L’esercizio, da poco rilevato dalla nuova gestione, è stato rinfrescato decisamente, così come il bar: nuovo menù, nuovi prezzi, servizi, sorrisi e gentilezza non liguri, organizzazione che pare certosina; oltre al mangiare e bere, dà la possibilità di noleggiare lettini solari con due euro di caparra. C’è anche il bagno, un casottino usato da clienti e da chi arriva al Pozzale, l’unico a disposizione dei visitatori, che porta i segni dell’alta affluenza. Chi ama questo posto lo fa proprio per la sua natura, così diversa dalle coste invase dagli stabilimenti e dall’overtourism. Ma chiederne la pulizia, il ripristino e l’uso dei servizi basici, non affidati solo alla buona volontà degli imprenditori, pare troppo?