Erik Fumi
Erik Fumi

Grosseto, 10 settembre 2019 - «La forza di cercare la felicità» è lo stimolo che dovrebbe spingere tutte le persone a non arrendersi mai davanti alle difficoltà della vita e che è anche il titolo della pagina facebook di Erik Fumi, ex fantino professionista vittima di una grave caduta in corsa a Livorno, nel luglio 2011, che non ha mai abbandonato l’idea di risalire a cavallo e di tornare in qualche modo alle competizioni nonostante i postumi dell’incidente gli abbiano lasciato un invalidità del 100%. Domenica, a Grosseto, nell’ippodromo del Casalone ormai chiuso ai purosangue da più un anno e dove Fumi aveva vinto la prima corsa da allievo nel febbraio 2005, ha conquistato la sua prima vittoria in gara agonistica a cavallo nella disciplina dell’endurance e lo ha fatto battendo altri sei concorrenti – tutti normodotati – nella categoria debuttanti sui 27 chilometri. Lo ha fatto con il suo cavallo arabo di 14 anni, Kohl, che lui stesso allena.

Che gara è stata, Erik?

«E’ stata una bella emozione tornare a vincere qui, dove sono cresciuto nella passione dei cavalli della mia famiglia che è sempre stata nell’ippica, con babbo, zio e nonno fantini prima di me. Certo l’endurance è un’altra cosa, ma mi piace perché si avvicina alle corse. Si sente la fatica, la gara, ed è necessario preparare il cavallo cercando di conoscere le sue caratteristiche ed i suoi limiti, in modo da gestirlo durante il percorso perché alla fine non vince chi arriva primo, ma chi è più regolare e chi sforza meno il cavallo».

Come è arrivato all’endurance a cavallo, a distanza di più di otto anni dall’incidente avvenuto al Caprilli di Livorno?

«E’ una storia lunga, fatta di tanti momenti brutti ma anche di tanti momenti belli che mi hanno dato speranza e soprattutto la forza di risalire a cavallo. Una settimana di coma, quattro mesi di ospedale, fratture e trauma cranico, quattro interventi chirurgici, due al piede sinistro e due alla mano, non mi hanno fermato anche se all’inizio speravo di poter tornare alle gare da fantino. Nel 2015 poi, mi regalarono un puledro, Fire and Ice, che con mio babbo Tebaldo abbiamo allenato e fatto vincere a Grosseto, custodendolo per due anni. E’ in quel periodo che, tornato nell’ambiente e salendo su quel cavallo anche solo nel box, mi cominciai a rendere conto che dovevo cambiare le mie aspirazioni, i miei obiettivi, e così feci».

Come è iniziata questa «seconda vita» a cavallo?

«Ritirammo Fire and Ice dalle corse per acciacchi fisici e lo portammo in campagna da un amico, dove con l’aiuto di babbo cominciai a montarlo tutti i giorni. Mi piaceva, ma un purosangue è troppo esuberante per le discipline dell’equitazione: per questo nel 2016 tentai l’impegno nel paradressage, una disciplina nella uguale ho vinto il campionato italiano nel 2016. Ma volevo qualcosa di più vicino alle corse, per cui ho provato l’endurance, e mi è piaciuto».

E dove hai trovato il cavallo che oggi ti fa divertire?

«Me lo hanno regalato quando hanno saputo la mia storia e le mie aspirazioni, grazie all’aiuto di Annalisa Landucci e Domenico Cicerone dell’Anica fu messo un annuncio cui risposero in tanti, ed io potei incontrare Kohl».

A chi dedichi la vittoria?

«A mia madre Grazia che mi sta guardando dal cielo. Purtroppo ci ha lasciato solo pochi giorni fa a causa di una grave malattia e, a dire il vero sono stato anche indeciso se partecipare alla corsa, ma lei mi aveva chiesto di farlo e mi sono convinto. Anche perché sono sicuro che si sgolava per noi da lassù».