Davide Astori (Germogli)
Davide Astori (Germogli)

Firenze, 6 febbraio 2017 - Davide Astori è un tipo tosto in equilibrio fra randellate e stile, raro mix, però a volte prevale decisamente l’istinto con tutti gli optional, parole affilate comprese. Perché quando ci va ci vuole.

E’ vero, Astori?
«E’ vero che nella vita e in campo sono riflessivo».
In altri posti no?
«Nello spogliatoio prevale l’istinto: se devo dire qualcosa vado a diritto».
Senza diplomazia.
«A caldo non riesco a usarla, è meglio chiarirsi se qualcosa non torna. Io almeno la vedo così, mi viene spontaneo nell’interesse della squadra, perché è meglio condividere i propri dubbi, se ci sono».
Un leader non proprio silenzioso.
«Non so se sono un leader, di sicuro quando serve dico quello che penso. Non voglio sembrare presuntuoso, ma mi sento un giocatore importante in questo gruppo».
Dove finalmente sta cominciando una colonizzazione alla rovescia: ora siete addirittura in cinque con il passaporto italiano.
«Eh sì, certe volte sono stato l’unico italiano in campo. Mi era successo anche alla Roma, quindi mi fa piacere che un po’ cambi la tendenza. Ma non certo per motivi razziali, chiamiamoli così: credo che una base di giocatori che parla la stessa lingua e la pensa allo stesso modo sia necessaria per ottenere buoni risultati».
Sembra che in giro la tendenza sia questa.
«Ha cominciato anni fa la Juve, ora vedo che il Milan sta seguendo l’esempio. Altre società si adegueranno, ma non è un problema, lo ripeto, di dare la precedenza agli italiani: uno spogliatoio multilingue a volte è utile perché magari le tensioni si stemperano meglio, le diverse filosofie aiutano ad assorbire le tensioni... Faccio un esempio: per noi italiani il calcio è totalizzante, lo viviamo con intensità tutti i giorni della settimana. Magari chi arriva da altri Paesi è diverso da noi, e cinque minuti dopo la fine della partita neanche ci pensa più».
Vantaggi e svantaggi.
«Nazionalità diverse a parte, credo che la mentalità giusta, la continuità e la prospettiva di vincere si costruiscano meglio con una base di persone che la pensa allo stesso modo, a livello calcistico. L’ideale sarebbe un mix ben equilibrato, con un nucleo forte e compatto, certo non penso a una rosa con 25 italiani».
La Fiorentina è stata descritta come una grande mezza squadra. E’ d’accordo?
«Realisticamente siamo una buona squadra, ma in classifica stiamo dove dobbiamo stare. Ci manca qualche punto, diciamo 4 o 5. Ma chi lotta per lo scudetto fa parte di un’altra dimensione. E mi sembra perfino logico».
Perché?
«Non nascondiamoci: chi spende di più vince. Non è un segreto ormai. Ma questo è logico, basta non creare false illusioni... Nella prima parte della scorsa stagione siamo stati i primi a creare queste illusioni, ma noi giocatori sapevamo benissimo che reggere quei ritmi sarebbe stato difficilissimo, se non impossibile».
Sousa all’esterno è cambiato molto: voi all’interno come lo vedete?
«Sono due aspetti distinti, anche noi a livello mediatico lo abbiamo visto diverso, ma dentro lo spogliatoio il suo atteggiamento non è mai cambiato: vuole giocare bene e vincere segnando sempre un gol più degli altri. Quello che è successo l’anno scorso dopo il mercato di gennaio certamente può avere influito sul nostro allenatore».
Cioè?
«Credo che si sia adattato a raggiungere gli obiettivi che realisticamente ci appartengono».
Ci sono però alcuni fronti aperti.
«E infatti ce la metteremo tutta per arrivare più in alto possibile, è ovvio, mi rendo conto di dire una banalità... Ma non mi va di promettere questo o quello. Dico solo che sarebbe bello poterci qualificare ancora in Europa League per dare continuità al nostro lavoro. Se c’è una parola che mi piace, questa ’ è continuità».
Lei ha altri due anni di contratto a Firenze.
«Temo che dovrete sopportarmi. Credo che questa sia la dimensione giusta per me, parlo di equilbrio fra il tipo di calcio giocato e giuste ambizioni. Pensando ovviamente che le ambizioni possano crescere, ma sempre con il realismo che deve essere alla base di tutto. E poi a me piace troppo giocare a calcio, mi godo più questo mestiere ora di quando avevo 18 anni».
A proposito di giocare: dopo Tatarusanu lei è quello più presente. A volte, magari, avrebbe voluto tirare un po’ il fiato.
«No no, questo mai. Io sono per la continuità, come ho già detto. Quando non gioco, come è successo la scorsa settimana per colpa della squalifica, ho dovuto cambiare anche gli allenamenti... Sono un tipo molto metodico».
In difesa la continuità è stata davvero rara quest’anno. Siete partiti a 3, poi il passaggio a 4 e il ritorno a 3. Con interpreti spesso diversi. Ci può essere questo alla base delle vostre difficoltà?
«Vado controcorrente».
Prego.
«Anche quando eravamo considerati un reparto super, quando prendevamo pochissimi gol, io dicevo che poi sarebbero arrivati i tempi duri».
Però la domanda era un’altra.
«Credo che si debba parlare di filosofia, allora, più che di reparto: noi siamo una squdra con la mentalità poco italiana, abbiamo lasciato per strada alcuni punti proprio perché non cerchiamo di conservare il risultato, ma cerchiamo sempre di costruire per segnare. Quindi anche noi difensori viviamo, come dire, questa impostazione».
Una filosofia di calcio che punta sullo spettacolo.
«Io, per inclinazione personale, sarei più conservativo... Ma certamente mi rendo conto dei vantaggi di questo tipo di gioco».
Meglio centrale nella difesa a tre o centrosinistra?
«La seconda, è un ruolo meno statico. Mi piace impostare anche un po’ il gioco».
Qual è l’attaccante più difficile da marcare?
«Per me Dybala. Abbiamo caratteristiche fisiche opposte, poi lui è bravissimo a scegliere la posizione dalla quale partire per metterti in difficoltà. Fra i centravanti classici dico Icardi. Ha tutto».
La Fiorentina ha scoperto l’enorma talento di Chiesa.
«Ha avuto un’evoluzione incredibile, ora è il giocatore di cui si sente più la mancanza quando non c’è... Il merito è stato al 99 per cento di Sousa, è stato coraggioso a esporsi su di lui e Federico è stato bravissimo a sfruttare la possibilità di crescere allenandosi con la prima squadra».
Ultima domanda sulla Roma: ci torna martedì dopo esserci stato un anno in prestito. Più amici o nemici laggiù?
«Sono un tipo positivo. Con la Roma ho fatto un salto di qualità e anche se un infortunio al ginocchio mi ha condizionato ho giocato 24 partite in campionato e 6 in coppa.. Trenta in tutto, mica poche»».
Precisissimo.
«Le statistiche sono la mia passione. Sono un tipo conservativo...».