Yuri Tuci, 35 anni, racconta di sé e dell’autismo
Yuri Tuci, 35 anni, racconta di sé e dell’autismo

Firenze, 30 marzo 2019 - La sua vita è uno spettacolo. Da tutto esaurito. Sono rimasti pochi biglietti disponibili per la serata di martedì al Teatro Puccini: Yuri Tuci, 35 anni, di Prato, racconta di sé, dell’autismo, della forza che serve per vincere. Contro i pregiudizi, le meschinità, i giorni neri: «Ma oggi diaciamo tutto, non facciamo sconti a nessuno, come da Harrod’s», dice con un sorriso. Out is me: unanormalestoriatipica è uno spettacolo organizato dall’associazione Sussi & Biribissi per la compagnia teatrale Casazoo, mentre i testi sono stati scritti dallo stesso Yuri, con Lorenzo Clemente e Francesco Gori.

Lavora Yuri. «Grazie a un inserimento socioteraputico faccio il postino, l’aiuto bidello e do anche una mano nell’archivio di un liceo, a Prato», racconta.

Yuri, quando è diventato consapevole del suo disturbo?

«Da bambino non sapevo di avere un disturbo dello spettro autistico, sebbene gli specialisti lo abbiano definito atipico, perché non sembra, non lo dimostro: può essere un punto a favore, aiuta a conviverci meglio».

Quando se ne sono accorti?

«L’hanno scoperto quando avevo 18 mesi. I miei genitori si sono preoccupati quando da bambino che socializzava con tutti, di punto in bianco, non volevo più andare in braccio a nessuno: urlavo fortissimo. Sono stati loro a salvarci, prendendo il problema in tempo, senza aspettare».

Il disturbo come si è manifestato?

«Ero un bambino iperattivo, con un carattere rissoso, in certi momenti non controllavo gli impulsi. Chiassoso ma anche intelligente».

La scuola come andava?

«Avevo un apprendimento nella media, ma una memoria da elefante. Ricordo che mi piacevano le scienze, guardavo le videocassette e imparavo tutto da lì, senza aprire un libro. Poi ero ossessionato dalle ventole, le guardavo in continuazione. Non so cosa fosse ma ne ero irresistibilmente attratto».

E con i compagni?

«Mi sono chiuso completamente in me stesso, come nell’autismo propriamente detto. Parlavo poco. Passavo le giornate in un angolo o facendo i compiti. Battevo anche la testa».

Cosa voleva fare da grande?

«Non avevo precisi obiettivi. Mi hanno salvato l’intelligenza e la memoria».

Ma quando ha cominciato ad avere la consapevolezza?

«Intorno all’adolescenza, con gli educatori che mi seguivano al centro diurno. I tutor mi hanno guidato nella comprensione e stimolato a tirare fuori qualche pregio».

Ha vissuto l’esclusione?

«Verso i 18 anni. Quando mi hanno detto che con i medicinali che prendevo non avrei potuto guidare la macchina. Ho capito di non poter fare una vita come gli altri, non avevo la loro stessa indipendenza. E’ stato un brutto colpo».

Poi ha imparato a conviverci.

«Dopo un tentativo di suicidio, l’ho accettato. E ho imparato a fare finta di nulla».

Fidanzate?

«Una a 28 anni. Ma dopo qualche anno l’ho lasciata perché era troppo gelosa. Mi ossessionava».

L’amore è importante.

«Spero di potere ripartire, ma nessuna ha avuto il coraggio di mettersi con me. Spero che non sia un problema di stigmatizzazione».

Troppi pregiudizi.

«Lo stigma sociale. C’era quando hanno abolito la schiavitù. Ci sarà ancora».

Come si abbattono le barriere?

«Cancellando la stigmatizzazione e il razzismo verso le nostre caratteristiche. Quando saranno accettate. Perché noi ci siamo, esistiamo e abbiamo caratteristiche che ci rendono unici. Con capacità che altri non hanno. Non ho mai tollerato le offese agli esseri viventi».

Poi il teatro.

«Ho iniziato a impare a memoria le battute dei film comici, le ripetevo. Poi le recite a scuola. I corsi al centro diurno, la dizione perché mi mangiavo le parole, parlando troppo in fretta».

Cos’ è il teatro?

«Un’ottima arma di istruzione di massa. Il pregiudizio è dettato dall’ignoranza, l’origine di tutti i mali».

Il suo messaggio qual è?

«Alle persone buone dico di non disperare perché prima o poi il momento del riscatto sociale arriva, ai cattivi di stare attenti, perché le loro vite sono futili. Non è distruggendo che si può accettare ciò che non è gradito. Prima o poi questo errore lo pagheranno. Una società fondata sull’odio e sul razzismo non può andare avanti molto».