Verso il processo d’appello. L’accusa punta all’ergastolo: "Elona ha mentito e depistato"

Ricorso dei pubblici ministeri contro la condanna a trent’anni inflitta alla Kalesha dalla corte d’assise "La sua esperienza criminale usata per ingannare i parenti e nascondere l’appartamento del delitto".

Verso il processo d’appello. L’accusa punta all’ergastolo: "Elona ha mentito e depistato"

Verso il processo d’appello. L’accusa punta all’ergastolo: "Elona ha mentito e depistato"

di Stefano Brogioni

FIRENZE

Riconoscere anche l’aggravante della "recidiva reiterata e specifica" per i numerosi precedenti penali di Elona Kalesha, la donna di origini albanesi condannata lo scorso maggio a trent’anni per l’omicidio e il depezzamento dei cadaveri dei coniugi Shpetim e Teuta Pasho, i cui resti vennero ritrovati in quattro valigie rinvenute in un campo tra la superstrada Firenze-Pisa-Livorno e il carcere di Sollicciano, nel dicembre del 2020. Le pm Ornella Galeotti e Beatrice Giunti hanno fatto ricorso contro la condanna a “soli“ trent’anni, e con l’appello, l’accusa punta a vedere aumentata in secondo grado la pena inflitta all’imputata. L’obiettivo, insomma, è l’ergastolo, la condanna richiesta al termine della loro requisitoria dinanzi alla corte d’assise.

"La Corte - si legge nel ricorso - ha ritenuto di escludere la contestata recidiva osservando che ’le complessive circostanze che i reati accertati in questa sede sono del tutto disomogenei rispetto al percorso criminale di Kalesha, tanto da ritenersi espressione di una situazione specifica più che espressione di una sua maggiore pericolosità’. Occorre invece osservare che, oltre a precedenti aggressivi verso le persone essendo stata condannata per reati di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale, la Kalesha è gravata da numerosi precedenti per reati di falso, truffa e furto".

"Emerge dalla istruttoria dibattimentale e dalla sentenza - proseguono le pm Galeotti e Giunti - che la Kalesha abbia utilizzato proprio la sua esperienza criminale precedente per trarre in errori i parenti delle vittime ostacolando consapevolmente la ricerca dei coniugi Pasho, organizzando una serie di simulazioni, di equivoci e di veri e propri depistaggi finalizzati ad occultare le reali circostanze della scomparsa delle vittime, quale fosse l’ultima abitazione dei medesimi e quale fosse, pertanto, il luogo di commissione degli omicidi".

L’uccisione della coppia sarebbe infatti avvenuta nell’appartamento di via Fontana che la Kalesha aveva preso in affitto a suo nome, mentendo sulla reale motivazione di quella locazione. E il movente? Tra quelli ipotizzati c’è anche quello economico, cioè la sottrazione di circa 70mila euro in contanti che i Pasho portavano sempre con sé. "E’ la stessa Corte - spiega l’accusa - a rilevare che l’imputata ha agito ’secondo uno schema comportamentale che si ripete e che è emerso analizzando molteplici indizi: manipola una circostanza reale cercando di volgerla a proprio favore’. Così attestando il rapporto esistente tra il fatto per cui si procede e le precedenti condanne e il fatto che la pregressa condotta criminosa abbia avuto una concreta, significativa influenza sulla deliberazione omicidiaria e sulla dinamica della condotta successiva, manifestando indubitabile accentuata pericolosità sociale dell’imputata". Ma anche la difesa della Kalesha, con gli avvocati Federico Febbo e Antonio D’Orzi, sta preparando il ricorso per puntare all’assoluzione.

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