L'Arno in piena (foto New Press Photo)
L'Arno in piena (foto New Press Photo)

Firenze, 19 novembre 2019 - Se piovesse tanto, come nel novembre 1966, o magari anche di più, l’Arno farebbe danni. Anche a Firenze. Con una portata d’acqua di 4.100 metri cubi al secondo, impossibile salvarsi. L’ondata di piena di domenica è arrivata con una massa d’acqua e fango alla velocità al secondo di 2.148 metri cubi, la metà rispetto a quel 4 novembre. «Magari non sarebbe un’alluvione disastrosa come quella di 53 anni fa, ma di certo ancora bisogna dormire con un occhio aperto». Non fa l’avvocato del diavolo ma si basa sull’evidenza delle opere realizzate, Erasmo D’Angelis, segretario generale dell’Autorità di bacino distrettuale del Centro Italia, inventore della struttura di missione Italiasicura (creata da Renzi per prevenire il dissesto idrogeologico e cancellata dal governo nel 2018) che ha coordinato per tre anni e con la quale sono stati stanziati 120 milioni proprio per i lavori di messa in sicurezza del principale fiume toscano.

L’Arno, insomma, mezzo secolo dopo l’ultima grande alluvione che sfregiò Firenze e si portò via almeno 35 vite, continua a fare paura. Da allora per l’Arno e il suo bacino sono state fatte essenzialmente quattro cose: la diga di Bilancino, interventi sugli affluenti minori, abbassamento del letto del fiume in corrispondenza di ponte Santa Trinita e di Ponte Vecchio aumentando al portata, nel tratto fiorentino, da 2.200 a 3.300 metri cubi al secondo e l’ultima e fondamentale realizzazione della prima delle cinque casse d’espansione a Figline. Che domenica non si è neppure attivata perché non era stata superata la soglia di rischio.

Partendo dal fatto che il rischio zero non esiste più per gli effetti del cambiamento climatico «che si riverberano sui territori», spiega D’Angelis, con le opere che saranno realizzate nei prossimi anni, potremo stare più tranquilli. «La messa in sicurezza totale non potrà mai esserci – ribadisce il concetto Giovanni Massini, direttore della Difesa del suolo e protezione civile della Regione – Ma con le altre quattro casse d’espansione a Figline ci sarà una mitigazione del rischio che diverrà più consistente e significativa con il rialzo della diga di Levane».
Ma a che punto siamo con i cantieri, quando potranno realisticamente chiudersi?

La seconda cassa d’espansione di Figline (Pizziconi 2) invaserà circa 4,5 milioni di metri cubi di acqua: i lavori saranno conclusi entro luglio 2021 per un costo di 21 milioni di euro già finanziati.

La terza cassa d’espansione di Figline (Prulli) accoglierà 6,52 milioni di metri cubi d’acqua per un costo di 25 milioni (già finanziati): i lavori si concluderanno entro dicembre 2022.

La quarta cassa d’espansione di Figline (Leccio), invaserà 10,34 milioni di metri cubi d’acqua. Fine lavori prevista per dicembre 2022 a un costo di 24 milioni già finanziati.

La quinta cassa d’espansione (Restone), prima dell’abitato di Figline, invaserà 5,5 milioni di metri cubi di acqua: i lavori si concluderanno nel marzo 2023 per un costo di 15 milioni (finanziati).

Diga di Levane. Il suo rialzo dalla quota attuale di 169 metri a 174 metri permetterà l’invaso di circa 16 milioni di metri cubi d’acqua, 10 in più rispetto a ora. Il costo stimato è di 25 milioni di euro (di cui solamente 16 finanziati). Il progetto definitivo è all’approvazione del Consiglio superiore dei lavori pubblici, con fine lavori prevedibile in tre anni dal via libera del ministero (fine 2023?).
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