Remo Anzovino, ritorno a Fiesole: "Il piano diventa una sorta di aliante

Il 4 gennaio il concerto con al centro l’album "Don’t Forget to Fly" e alcuni brani più amati del suo repertorio

Remo Anzovino, ritorno a Fiesole: "Il piano diventa una sorta di aliante

Remo Anzovino, ritorno a Fiesole: "Il piano diventa una sorta di aliante

"Torno sul luogo del delitto. E lo faccio a un anno esatto dalla conclusione del lavoro. Anche se ’Don’t forget to Fly’, è uscito a marzo con distribuzione Believe, ho infatti concluso le registrazioni il 4 gennaio 2023, dopo un anno lo ripropongo in tour. Sarà naturale suonarlo in un giorno speciale come il 4 gennaio prossimo (ore 21) al Teatro di Fiesole, dove ho realizzato il concept album". C’è grande attesa di rivedere all’opera, in un sofisticato concerto per piano solo, un musicista intelligente ed eclettico come Remo Anzovino, che per il suo ultimo lavoro intriso di desiderio di volare, si è lasciato sedurre proprio da quel Monte Ceceri di Fiesole dove Leonardo Da Vinci sperimentò le prime prove di volo. Il live, come l’ultimo album, è un viaggio tra le mille possibilità espressive e stilistiche del pianoforte, un’esplorazione onirica volante, un’incursione nel pianeta dell’aria.

Remo, che concerto ha preparato per Fiesole?

"Innanzitutto c’è una strutturazione visiva. La scelta di partenza è non avere volutamente nessuna scenografia. Fari puntati sul piano, sul sagomatore della luce. Siamo ancora in grado di togliere di mezzo ogni sovrastruttura, ogni orpello, per lasciare che la gente si concentri sul suono, sul pianoforte. E’ la fantasia di questa musica poi a produrre nella mente degli spettatori la scenografia migliore per rimparare a volare".

Su questa base ideale si sviluppa lo show?

"Sì. Nella prima parte del concerto suonerò l’album per intero. E la cosa bella è che la gente apprezza, capisce che i finali dei pezzi sono delle transizioni delle immagini del sogno e non interrompe il flusso di note con un applauso, ma attende che la musica continui a raccontare".

Cosa succede una volta finita la suite dell’album?

"Quando il sogno svanisce c’è una drammaturgia in cui entro in relazione con il pubblico e nella seconda parte del set è come se facessi prendere l’ascensore al contrario alla platea. Dal cielo porto gli spettatori nelle strade di una città, nella realtà, grazie ai pezzi del mio repertorio, alle colonne sonore che ho composto".

Con intensità e un certo groove?

"Con grande propulsione ritmica, improvvisando, slegando note intrigate al linguaggio afroamericano, da ’Following lite’ a ’Galilei’, da ’Istambul’ a ’Natural Mind’, da ’Cammino nella notte’ a ’Metropolitan’ e altri brani in cui faccio capire al pubblico quante possibilità ha il pianoforte. Riassumendo: nella prima parte del concerto unisco lo strumento dell’elegia a quello del volo in cui il piano si trasforma in una sorta di aliante, nella seconda il ritmo, le percussioni dell’Africa e la grande orchestra sinfonica".

Tutto sugli 88 tasti del pianoforte?

"E’ evidente che si crea un cortocircuito emotivo che rende scorrevolissimo il live anche grazie a un suono che cambia pezzo per pezzo: non c’è mai una sensazione di pesantezza, di noia e dall’altra fa esplorare all’ascoltatore quante possibilità ha questo strumento dello spazio, dell’energia, della melodia".

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