Firenze, 7 marzo 2018 - «Ero stressato  ai litigi in famiglia, con mia moglie. Ci sono stati, specie a causa di questo debito sui 30mila euro». Parla Roberto Pirrone, il 64enne ex tipografo che nella tarda mattinata di lunedì ha ucciso a colpi di pistola sul ponte Vespucci il venditore ambulante senegalese Idy Diene, 53 anni.

Risponde al pm Giuseppe Ledda e alla polizia poche ore dopo essere stato bloccato da una pattuglia di parà della Folgore in servizio per ‘Strade sicure’ in via Melegnano (taglia via Montebello, poi Borgo Ognissanti) davanti al parrucchiere ‘Massimo’ e al negozio di abbigliamento Mmegan, dove ha abbandonato per terra la Beretta con cui ha ucciso Diene. Arresto in flagranza per omicidio volontario, ma non è stata contestata al pensionato l’aggravante dell’aggressione a sfondo razziale. Pirrone per l’interrogatorio è assistito dall’avvocato d’ufficio Francesca Capei Chiaramanni. Non ha pensato a nominarne uno di fiducia.

«Non ho mai avuto avvocati – dice con malcelato orgoglio – mai avuto bisogno. Per me posso, possiamo pure continuare con lei» dice senza fare una piega l’omicida, reo confesso. Pirrone è lucido, coerente, parla in modo pacato, descrive la sua giornata di ordinaria follia come se fosse a un normale colloquio con amici e conoscenti. Si potrebbe dire razionale, se l’aggettivo non apparisse clamoroso vista l’enormità del fatto, d’un delitto senza un perché. Non mostra alcun segno di sconforto, di cedimento. Nessun pentimento, almeno in questa fase. Fuori lo hanno già definito ‘lo squilibrato’.

L’ANTEFATTO – Racconta e conferma l’appassionato di fucili da tiro sportivo a Lastra a Signa e pistole (sequestrate due sue armi lunghe ed una pistola, più la Beretta dell’omicidio) che «sì, è vero, abbiamo questo debito. Ma io ero in grado di gestirlo. Era mia moglie ad essere più preoccupata, ad avere paura, a mettermi addosso una pressione continua. Ormai temevo così tanto le tensioni in famiglia da scegliere di andare a letto più tardi, per non litigare ancora...».

L’IDEA DI FARLA FINITA – «Lunedì mattina ho deciso, ho scritto un biglietto, l’ho lasciato a casa. Avevo deciso di suicidarmi, ho lasciato scritte alcune disposizioni. Sono uscito di casa con la pistola. Quando sono arrivato sul ponte Vespucci, ho gettato i miei due telefonini in Arno. Ho provato ad ammazzarmi, ma non ce l’ho fatta. Quando mi sono reso conto di non aver il coraggio di uccidermi, mi sono detto: allora voglio il carcere. Finirò i miei giorni lì, mi daranno una minestra. Ho sparato alla prima persona che mi sono trovato di fronte, non avrei mai sparato a una donna o a un bambino, ho pensato di colpire un vecchino, e arrivato quel venditore ambulante di colore, però non c’è un motivo razzista».

giovanni spano