Suor Elisabetta, Pietro Pacciani e il criminologo Francesco Bruno (New Press Photo)
Suor Elisabetta, Pietro Pacciani e il criminologo Francesco Bruno (New Press Photo)

Firenze, 14 settembre 2018 - OGGI è Annamaria ma fino al 2004 è stata suor Elisabetta e fu una spalla per Pacciani e anche una ferma sostenitrice della sua innocenza. Lo è ancora, a 84 anni.

Annamaria, partiamo dalla fine. Come stava Pacciani?

«Ricordo una volta di essere andata all’ospedale a trovarlo, dormiva, era paonazzo, andai di corsa dal primario ma questi mi disse con molta indifferenza ‘è sempre così’, ci rimasi anche male. Sapevo che era molto malato, ma non so se quel medicinale possa aver aggravato la sua situazione fino al decesso»

Gli ultimi tempi com’era?

«Aveva paura a stare lì, temeva sempre che venisse qualcuno in casa, perché glien’han fatte talmente tante... che aveva ragione di aver paura».

Paura di cosa?

«Dice che una volta al cancello si era avvicinato uno tutto vestito di nero, che non conosceva, un personaggio un po’ strano e aveva avuto paura. Non era molto tranquillo a stare lì».

Ma non fu mai presa in considerazione l’ipotesi di non farlo stare lì da solo?

«Ma di chi si poteva fidare? Io andavo sempre a trovarlo con qualcuno dopo che aveva lasciato il nostro centro in Santo Spirito. La signora che mi accompagnò lo vide proprio male di salute, andò dall’assistente sociale di San Casciano a chiederle se potesse andare da lui. Lei rispose: se fate venire i fotografi, vengo. Quindi quest’uomo, chi l’ha preso in considerazione? Nessuno, in assoluto. Non si poteva fidare di nessuno, era preso di mira da tutti. Al suo funerale c’erano quattro o cinque ragazzotti, e c’ero io. Basta. Non c’era nessuno, proprio nessuno.

Come lo ha conosciuto?

«Iniziai a fare volontariato nel 1985. Nel periodo in cui era detenuto per la questione delle figlie mi cercò. E da lì l’ho seguito per quindici anni».

Si ricorda quando gli arrivò l’avviso di garanzia?

«Sì che me lo ricordo. Lui questa cosa non la prese seriamente: ‘si accorgeranno che io non sono stato, lo vedranno’, non gli aveva nemmeno dato importanza».

E i soldi di Pacciani?

«Ecco, questo glielo volevo proprio raccontare. Un giorno Pacciani mi disse: guarda i soldi che ho li hanno ritirati e messi nella loro cassaforte i carabinieri perché non si fidano dell’Angiolina e delle figlie. Erano buoni postali fruttiferi e poi un libretto».

Questi soldi erano tanti per lui.

«Ma certamente non erano sufficienti per sedici delitti se fosse stato vero! E poi mi domando, solo il Pacciani? Del Vanni non se ne parla. Del Lotti non se ne parla. Ce li aveva tutti Pacciani? Perché non sono andati a vedere anche cosa avevano loro, che non avevano niente naturalmente. Lui li aveva perché intanto lavorava molto, era avaro come tutti i contadini, aveva anche le pensioni dei suoceri che gestiva lui. Penso che metteva tutto da parte e molti di questi buoni erano intestati alle figlie. E lo so perché una volta mi chiese di portargli tutti i numeri dei depositi, andai perfino alla posta a Mercatale per sincerarmi che quei soldi non potessero essere toccati. Dai carabinieri andai comunque con l’avvocato Fioravanti, anche se io sono passata come l’amministratrice dei soldi. E quei buoni sono rimasti fino a che non venne a perquisirmi la polizia. Ma questi soldi dove sono andati a finire? Spero che siano andati alle figlie. Ma ho molti dubbi e ci terrei proprio a saperlo. Anzi, vada lei a chiederglielo»

E la storia degli abusi?

«Io non ho mai creduto che le abbia abusate. Comunque Rosanna disse: mio padre era cattivo, ma queste cose non le ha mai fatte, riferito agli omicidi».

Pacciani aveva già ucciso, nel 1951, un rivale in amore.

«Lo istigò lei. Quando li trovò, gli disse ‘è stato lui, picchialo!’. E lui ha cercato di picchiarlo, ma venne preso per il collo e tirò fuori il coltello, ma non è che volesse ammazzarlo. Così mi ha detto».

Ha mai pensato che Pacciani potesse essere almeno nell’ambiente del mostro?

«Credo che mi avrebbe detto qualcosa, perché lui mi confidava tutto. Invece non mi ha mai parlato. Ma proprio mai. Quando venne fuori la faccenda delle messe nere, lui mi disse che era stato chiamato a riordinare quel giardino, in una villa verso San Casciano. Mi disse “c’era una signora molto gentile, la proprietaria”».

Ricorda come arrivò il pool difensivo da Roma?

«Quando c’è stato il processo, io ero presente perché sono andata a quasi tutte le udienze. Mi si avvicinò l’investigatore Lavorino e mi disse che voleva intervenire nel processo con un bravo avvocato per difendere Pacciani, che riteneva innocente. Io lo riferii al Pacciani e lui fu ben contento di avere un avvocato di grido come Marazzita. Non c’è sotto proprio niente di particolare».

E il proiettile nel suo orto?

«Come può un proiettile cadere per terra e rimanere in verticale dentro la terra? E il portasapone? Gliene han fatte di tutti i colori»

Pacciani in uno dei suoi memoriali indicò una persona che oggi è indagata, Giampiero Vigilanti. Con lei ha mai parlato di lui o di qualcun altro come possibile mostro?

«No, Pacciani non me ne ha mai parlato. Ma di una persona mi parlò un altro detenuto, che riteneva di sapere chi fosse il responsabile. Allora non gli ho nemmeno tanto creduto, mi è tornato in mente adesso che sta venendo fuori questo Vigilanti. Mi disse che questa persona frequentava un bar in piazza Mercatale a Prato, che aveva tanti proiettili calibro 22 e che sparava in delle esercitazioni alle quali partecipava anche la persona che mi fece queste rivelazioni».

In che anni avvenne questo colloquio?

«Saranno stati gli anni 90»

Con Pacciani già inquisito?

«Era in carcere il Pacciani»

Si ricorda come si chiamava questo detenuto?

«Non glielo vorrei dire però...».