Giampiero Vigilanti è indagato per i delitti del Mostro
Giampiero Vigilanti è indagato per i delitti del Mostro

Firenze, 27 aprile 2018 - I carabinieri del Ros che perquisirono la sua abitazione alla fine del 2013, trovarono poco. Molto poco. Nella casa di Giampiero Vigilanti al Cantiere, a Prato, c’erano sì alcuni cimeli del suo passato e della sua esperienza nella legione straniera, ma mancava, oltre alla quasi «mitologica» foto delle teste mozzate in guerra, pure un anello vistoso, quello che si intravede in una foto del 1998, anch’essa acquisita dai carabinieri.

L’occhio dei profani, guardando quella foto del Tirreno che circola in rete, cade sulla pistola (la High Standard calibro 22) e sui proiettili poggiati sul tavolino, ma quello degli investigatori che hanno iscritto l’ex legionario sul registro degli indagati per gli otto duplici omicidi del Mostro è stato invece attirato da un anello. Anch’esso sparito, come quella pistola. Nell’economia di un’indagine sugli otto duplici omicidi, che deve fare i conti con il tempo che è passato, e probabilmente anche con i depistaggi, quell’anello può avere un peso se gli inquirenti volessero collocare a Vicchio, il 29 luglio del 1984, l’ex legionario. Perché il barista Baldo Bardazzi vide un uomo che sorseggiava birra nella tavola calda sulla statale ‘traversa del Mugello’. Non perdeva di vista i due fidanzatini Pia e Claudio (che qualche ora dopo verranno trucidati alla Boschetta), dirà in un verbale datato 1 agosto.

Quell’uomo rossiccio, robusto, ben vestito, sui 45/50 anni aveva «un grosso anello al dito medio», testimoniò il barista. Anche nella foto in mano ai Ros, Vigilanti, anni dopo, aveva un massiccio anello (anzi due, ma uno è probabilmente la fede), che oggi invece non porta più e che non era neanche in casa quando gli inquirenti gli hanno fatto visita dopo l’apertura della nuova pista investigativa.

Bardazzi è stato nuovamente convocato in procura, la sua deposizione è però coperta dal segreto istruttorio. Ma è più che probabile che gli sia stato chiesto di provare a riconoscere quella figura di 33 anni fa, alla luce dei nuovi sviluppi dell’inchiesta in corso. 

Nelle pagine di verbali riempite nei mesi in cui è stato sentito come persona informata dei fatti, anche lo stesso Vigilanti non ha escluso di trovarsi a Vicchio, giustificando la sua presenza con le visite alla madre a Caselle o al suo medico, Francesco Caccamo, che a un certo punto abbandonò Prato e si trasferì in Mugello, alle Balze, tra Vicchio e Dicomano. Caccamo è a tutt’oggi indagato assieme a Vigilanti proprio per le dichiarazioni di quest’ultimo.

Del delitto di Vicchio (per il quale esiste la confessione di Giancarlo Lotti e le condanne di Katanga con il postino Mario Vanni, che avrebbe agito con Pietro Pacciani), Vigilanti custodiva nel 1985 a casa della madre (che all’epoca aveva 81 anni) anche un’edizione de La Città del giorno successivo all’omicidio, che però non riportava la notizia in quanto i cadaveri furono ritrovati solo all’alba.

Un’altra strana coincidenza sono gli avvistamenti, citati anche sulla Nazione del 5 agosto del 1984, di una macchina rossa con il cofano ‘di colore diverso’ (la Lancia Flavia di Vigilanti aveva il cofano nero) nei luoghi e nelle sere di alcuni delitti: Calenzano nel 1981 e appunto Vicchio. Calenzano, assieme a Mosciano (giugno 1981) e Sagginale (1974), sono i delitti in cui, secondo le sentenze, non erano ancora in ballo i «compagni di merende», Giancarlo Lotti e Mario Vanni. Il delitto di Calenzano venne loro contestato, ma furono assolti.