Pietro Pacciani
Pietro Pacciani

Firenze, 17 settembre 2014 - "Ma pensano davvero che il Dna di Pietro Pacciani non sia già stato estratto in passato e che non ne siamo in possesso?", avevano tenuto a sottolineare già ieri fonti giudiziarie vicine alla procura della Repubblica di Firenze a proposito delle sollecitazioni provenute da alcuni avvocati circa la tutela dei resti di Pietro Pacciani, anche per prelevare il Dna e poterlo comparare con corpi di reato. Il Dna di Pacciani è infatti conservato, e già disponibile per eventuali comparazioni, presso l'istituto di Medicina legale di Firenze da quando la procura di Firenze lo fece prelevare dopo la riesumazione della salma nel 2013.

L'operazione veniva auspicata da alcuni avvocati difensori dei 'compagni di merende' che, però, hanno detto di aver appreso solo oggi dai giornali del prelievo del Dna e della sua conservazione. "Il Dna di Pacciani venne prelevato a suo tempo, al momento della riesumazione insieme ad alcune ossa fatte conservare all'istituto di Medicina legale; è un'iniziativa che facemmo a scopo conservativo e, se dovesse servire, per un'eventuale comparazione", ha precisato il pm Paolo Canessa, 'storico' inquirente dell'inchiesta sui delitti del Mostro di Firenze, adesso procuratore a Pistoia. "Non si sa mai. Ma avere il Dna di Pacciani potrebbe essere utile", aggiunge il magistrato, per esempio "se si dovesse, nel tempo, trovare un nuovo reperto su cui si rendesse utile un confronto".

Canessa ha anche precisato che nel 2013 fu "stabilito di tenere conservato lo scheletro". L'iniziativa della procura fiorentina è rimasta riservata a lungo finché nelle scorse settimane non è emerso, a oltre un anno della riesumazione, che i resti ossei di Pacciani sono ancora in deposito al cimitero di San Casciano e nessuno li richiede, col rischio che possano essere conferiti all'ossario comune in ogni momento. L'eventualità era stata stigmatizzata anche da alcuni difensori tra cui l'avvocato di Pacciani, Rosario Bevacqua, e quelli di Mario Vanni, Nino Filastò e Antonio Mazzeo, che chiedevano di non disperdere i resti proprio per non perdere la possibilità di avere il Dna del Vampa.