La scena del delitto  degli Scopeti (Foto archivio NewPressphoto)
La scena del delitto degli Scopeti (Foto archivio NewPressphoto)

Firenze, 4 dicembre 2018 - Dimenticati, persi o spariti. L’inchiesta sui delitti del mostro di Firenze è anche una sequenza di lacune negli accertamenti, errori nella custodia, distrazioni, dimenticanze. Tra certezze e leggende, la storia dei sedici omicidi, e pure delle altre morti collaterali, è costellata di punti interrogativi. Anche clamorosi.

L’ogiva recentemente rinvenuta nel cuscino degli Scopeti sarebbe bastato andarla a cercare prima, ad esempio. Più di un perito, infatti, aveva ipotizzato con ragionevole certezza la presenza di reperti balistici in ciò che stava dentro la tenda. Ma nessuno aveva mai effettuato questa verifica. Certo che, anche quando invece le verifiche sono state fatte, non sempre hanno sgomberato il cielo dalle nuvole. Anzi.

Ricordate lo straccio di Salvatore Vinci? All’indomani del delitto di Vicchio, 1984, i carabinieri lo perquisirono e gli trovarono un cencio sporco di sangue e di residui di sparo. Il giudice istruttore Rotella lo spedì in Inghilterra, dove la ricerca in campo genetico era più avanti rispetto all’Italia. Ma l’accertamento non dette l’esito sperato e oggi, di quello straccio, restano soltanto le perizie, perché è andato perso. Smarrito. Eppure oggi, con i progressi scientifici raggiunti, forse avrebbe potuto dare qualche risposta positiva. O escludere definitivamente un protagonista che tutt’oggi stuzzica fantasie colpevoliste.

Ma non c’è da stupirsi, visto che, a proposito di «pista sarda», proprio dalle colonne di questo giornale Mario Spezi scrisse che era andato incredibilmente smarrito pure l’anonimo (Uno scritto? Una lettera? Un ritaglio di giornale?) che, nell’estate del 1982, dopo l’omicidio di Baccaiano, aveva sollecitato il collegamento tra i delitti del mostro e quello del 1968, vittime Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. Così oggi, per ricostruire come effettivamente venne messo in relazione al mostro un delitto maturato nell’ambienti dei sardi (era stato condannato il marito della Locci, Stefano Mele) bisogna togliere una bella coltre di «mito» per restare ancorati ai verbali del maresciallo Francesco Fiori, che si attribuì tutto il merito del ricordo di quell’omicidio degli amanti, a Castelletti, per mano di una calibro 22 mai ritrovata.

Ma di stranezze ce ne sono a bizzeffe, in questa storia infinita.

Certe mancanze diventano quasi sospette, quando oggi, i progressi dei metodi investigativi e il dna avrebbero potuto eliminare le ombre o dare nuovi impulsi a un’indagine che non si chiuderà mai. Nella storia del mostro ci sono anche le cosiddette morti collaterali. Milva Malatesta venne bruciata in auto assieme al figlioletto Mirko di appena tre anni nell’agosto del 1993. Era la figlia di Renato, ufficialmente suicidatosi ma con ampi dubbi anche su quella dinamica, e di Maria Sperduto, l’amante di Pietro Pacciani, in quel momento inquisito per tutti e otto i duplici omicidi del mostro. Accanto alla Panda della Malatesta, era stata abbandonata una tanica, da cui probabilmente era stata rovesciata la benzina utilizzata per appiccare il fuoco. Magari su quella tanica c’erano tracce biologiche? Non lo sapremo mai, perché è stata trafugata durante una strana intromissione all’ufficio corpi di reato, a Prato, dove era custodita. Oggi, in compenso, la procura ha un proiettile in più da analizzare, sotto gli aspetti balistici e genetici. Ma non ha mai potuto contare su tutti i bossoli che, dai risultati balistici risultavano sparati dalla Beretta mai ritrovata. Forse perché le scene del crimine, erano un via vai di gente, non soltanto investigatori.

«Mancavano i brigidini, e poi quella era la fiera dell’Impruneta», sentenziò il giudice Enrico Ognibene.