"Ho ancora davanti agli occhi l’immagine, proprio sulle colonne de ’La Nazione’, dell’allora assessore alla cultura del Comune di Firenze Raffaello Ramat, con in mano la testa ritrovata della ’Primavera’ scolpita dal Francavilla sul ponte Santa Trinita. Era il 6 ottobre del 1961, la ricerca della statua, ritrovata scavando nel greto dell’Arno, andava avanti da ben 17 anni, da quando i tedeschi fecero saltare il ponte". A parlare è Valdo Spini, storico politico del partito Socialista, ricordando la ’Notte dei Ponti’, quella tra il 3 e il 4 agosto 1944, quando tutti i ponti di Firenze vennero fatti saltare in aria dalle truppe naziste in ritirata, allo scopo di rallentare l’avanzata degli alleati per la liberazione della città. Nel 1961 aveva 15 anni e molti fatti di quei giorni li ha saputi dal padre, Giorgio Spini, storico e militante del partito d’Azione che ha contribuito alla liberazione di Firenze.
Sono passati 80 anni da quella notte: quanto è importante trasmettere alle nuove generazioni i fatti della Seconda guerra mondiale?
"È molto importante. Firenze ha scritto una pagine importante della storia italiana perché ha avuto la capacità di autoliberarsi. Dalla sera del 3 agosto fino all’alba del 4 agosto 1944 una serie d’esplosioni, una dopo l’altra, distrusse i ponti, come un effetto domino: ponte alle Grazie, ponte Santa Trinita, ponte alla Carraia, ponte San Niccolò, alla Vittoria, e tutte le strade intorno a Ponte Vecchio, l’unico a rimanere in piedi, per decisione degli stessi nazisti".
Secondo lei perché Ponte Vecchio fu salvato?
"L’illazione romantica vuole che Hitler amasse così tanto l’arte fiorentina da dare l’ordine di non buttarlo giù, un’altra ipotesi, più pratica, riguarda la presenza delle tante botteghe sul ponte che anche facendolo saltare le rovine avrebbero consentito il passaggio. La cosa importante che i tedeschi non sapevano, però, era il passaggio attraverso il Corridoio Vasariano, che pur minato rimase aperto. E proprio da lì, il 5 agosto, Carlo Ludovico Ragghianti (il celebre studioso dell’arte, esponente di punta del locale Comitato di Liberazione Nazionale), il tenente colonnello Nello Niccoli, capo del comando militare delle Resistenza, e dal partigiano Enrico Fischer raggiunsero gli alleati in zona Porta Romana".
Politicamente che significato ha l’abbattimento di tutti i ponti?
"Con i ponti salta anche l’ipotesi di ’Firenze città aperta’ cioè di un abbandono pacifico della città da parte dei tedeschi senza l’insurrezione. I tedeschi, invece, contendono il terreno palmo a palmo, gli alleati si fermano di là d’Arno. Spetterà quindi ai partigiani liberare, dai tedeschi e dai franchi tiratori fascisti, tutta la parte della città di qua d’Arno".
Tra gli alleati in Oltrarno c’era anche suo padre...
"Sì, fu il primo ufficiale a entrare a Firenze. Tra i vari epidosi che mi ha raccontato, nei primi giorni della Battaglia di Firenze, quando si trovava in piazza Tasso cominciò a sentire una serie di colpi, senza riuscire a capire da dove arrivavano. Così si mise al riparo dietro la jeep e quando ripartì, nei pressi di Santo Spirito vide ’nuvoletta’ di fumo: era una granata appena esplosa che aveva ucciso il partigiano Aligi Barducci, detto ’Potente’. Lui gli passò accanto senza sapere che era lui. Tra gli altri episodi, mi ricordo di quando mi ha raccontato di aver incontrato le truppe neozelandesi, nelle giornate precedenti la Notte dei ponti. Era nei pressi dei Falciani e i militari gli chiesero se era un francese gollista. Lui gli rispose: ’No, italiano antifascista’. E rimase con loro una notte intera a spiegare i motivi per cui l’Italia avrebbe saputo diventare una democrazia".